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Sesso, un dente da togliere.
Di Libertą e Persona - 27/07/2009 - Cultura e societą - 1135 visite - 0 commenti

Pubblichiamo una interessante indagine di Marianna Rizzini sui nostri giovani e il loro rapporto con la sessualità.

Storie di adolescenti che vivono come trentenni un po’ annoiati e a quindici anni non hanno più niente da scoprire, da sognare, da conquistare, da promettere e da trasgredire Il nonno di Chiara ha saputo che una compagna di scuola di Chiara, a quattordici anni, ha mandato via sms, ai ragazzi della sua classe, una foto in cui appare nuda. Il nonno di Chiara è preoccupato per il futuro della nipote, una che per ora le sembra “responsabile” ma che non le pare così diversa, per interessi e abitudini, dall’amica della foto.

Forse per risollevarsi, ma senza convinzione, il nonno di Chiara ricorda che, quando era molto giovane, “c’erano delle ragazze che entravano nelle prime cabine di foto automatiche per strada, tiravano la tendina e si fotografavano a seno scoperto”. A chi mandassero quelle foto non si sa. Forse a un amore lontano in busta chiusa. Forse le tenevano nel portafoglio per ricordare com’era bello il loro seno a diciott’anni. Per quanto si sforzi, il nonno di Chiara non riesce ad alzare le spalle e non è convinto quando dice: “E’ come una volta, è solo cambiato il mezzo, è il segno dei tempi”. Ci ripensa e dice “forse la colpa è dei genitori assenti”, e però non sa “quanti tra i genitori presenti abbiano gli strumenti culturali e la sensibilità per sostenere e guidare un figlio che alle medie può già fare sesso con chiunque, con la massima libertà fisica e in assenza della minima maturità emotiva”. Sara e Alessia, entrambe quindicenni, dicono che la storia delle foto “gira da tempo, lo fanno in tante”. Secondo Sara è perché “così si sentono belle”, secondo Alessia è “perché si sentono escluse”.

Dopo la foto, invece, “gli altri parleranno di loro”. Il guaio, dice Alessia, è che “dopo che hai mandato la foto a uno, non puoi fare la figura di quella che non ci sta”. Alessia può dirlo perché sei mesi fa ha mandato “una foto spogliata”, così la chiama, a due amici del suo ex. Lui l’ha tradita con una di vent’anni “dopo tre mesi di sms con scritto ‘ti amo Alessia’”. La foto Alessia l’ha mandata così, per rappresaglia – una rappresaglia autolesionista, solo che non sembra rendersene conto. Non le importava che uno dei due amici del suo ex avesse preso l’invio della foto per un’avance: “Ero troppo arrabbiata e ci sono dovuta stare”. “Dovuta stare” perché tirarsi indietro “è peggio, poi quello a cui hai detto no si vendica e manda la foto ad altri dicendo che stai con tutti”. Alessia si sente “così”. Così cioè male, ma “male” non lo dice. “Adesso ne trovo un altro e appena ci scopo mando la foto al mio ex”. La vendetta a mezzo “foto spogliata” tappa il dolore, la rabbia, forse la vergogna. Solo che lei non vuole dire “sto male”. Non si può dire, come fosse quella la vera vergogna. Di sera Alessia chatta con gli amici su Msn e pensa “al futuro”. Il futuro è quest’estate a Ischia a casa del papà di Sara, “magari incontriamo ragazzi nuovi, così dimentico quello stronzo”.

Per ora Sara e Alessia si vedono tutti i pomeriggi in città. Scendono in motorino da Posillipo e vanno in centro a guardare le vetrine: negozio di scarpe, bancarella di occhiali, negozio di mutande, negozio di bikini, negozio di bikini e mutande con lo stand di asciugamani coordinati. Il giorno della foto Alessia si è fotografata in un camerino, col cellulare. Sara era fuori e quando l’amica le ha fatto vedere la foto ha detto “che sei scema?”, però poi ha pensato “quasi quasi lo faccio pure io e mi faccio pagare”. Sara dice che l’ha pensato “per scherzo”, ma sa che c’è chi lo fa davvero per soldi: “Nella mia scuola una ragazza ha messo le foto a cinque euro l’una. Alla fine ne ha fatti quasi cinquanta”. Alessia dice che quello che le ha ispirato la vendetta con “foto spogliata” era il suo “primo amore” ma non il primo con cui ha fatto l’amore: “Prima ci sono stati quelli con cui si fa esperienza, alle feste di classe”. Esperienza. Il termine fa venire in mente un annuncio di lavoro: cercasi dattilografa esperienziata, cercasi portiere esperienziato. Qualcosa di asettico. Meccanico. Più fai esperienza più sei bravo. Punto. Come fare la scuola di sci e prendere le stellette. Alessia non appare né contenta né scontenta di quel fare sesso per accumulare bollini-esperienza (dai tredici ai quindici anni). Appare profondamente annoiata. Come se il sesso fosse un pedaggio da pagare. Una cosa che prima te la togli meglio è. Sara dice che “quando tutte le altre sono già andate a letto con qualcuno e tu no, senti che devi fare qualcosa. E’ come se nessuno ti vedesse davvero, a quel punto, finché non sei tra loro, quelli che fanno sesso. Sai che esistono altre cose nella vita, ma non te ne importa niente.

Che mi importa di studiare e di trovare lavoro se sono l’unica condannata a non avere un ragazzo? Nessuno vuole stare con una che a sedici anni è ancora vergine. Ti devi sbrigare. Sennò perdi energie, non fai niente, pensi solo ‘tu sei diversa’. Il sesso è il via, dopo puoi trovare uno freddo o uno con cui parlare. Io bevevo, alle feste, e mi mettevo a ballare sul tavolo, così alla fine uno c’ha provato”. Sara dice che a essere l’unica rimasta vergine “ti viene l’angoscia. Ti senti sola. Senti che perderai pure le amiche che ormai hanno un’altra vita. Io mi sentivo isolata. Sfortunata. Stavo a casa a chattare su Msn e facevo finta di aver già avuto un ragazzo. Quello con cui l’ho fatto, alla festa in cui ballavo sul tavolo, era vergine anche lui, per fortuna. Poi ci siamo messi insieme e ci siamo presentati alle famiglie”. Facevano una vita da coppia adulta: pranzo e cena in una casa o nell’altra, visita alle famiglie una domenica sì e una no, a turno, e un pezzo di vacanza tutti insieme. Poi si sono lasciati. Ora Sara porta a casa il secondo ragazzo, con lo stesso copione: pranzo la domenica, weekend a Ischia con mamma e papà: “Ci lasciano dormire nella stessa stanza, tanto lo sanno che scopiamo”. Se dovessero lasciarsi, sia Sara sia l’ex ragazzo, dice Sara, porterebbero a casa e in vacanza il ragazzo e la ragazza successiva: uguale, tutti uguali, tutti intercambiabili. Pure per i genitori è uguale. Forse anche loro dicono che “i ragazzi così fanno esperienza”. Forse lo pensano davvero, forse non se la sentono di opporsi, forse credono che indagare su come stiano davvero quelle coppie giovanissime e seriali sia inutile.

Forse si sono distratti un attimo e risvegliati in un mondo in cui stare dietro a un figlio non può più passare dal controllo, seppur vago, delle frequentazioni. E-mail e telefonini sono terreno privato, nessuno chiama più a casa, nessuno deve più dire, imbarazzato, “buongiorno signora sono Giovanni, c’è Alessia per favore?” o, peggio, lasciare un messaggio in segreteria, incubo dei timidi di vent’anni fa. Forse serve una nuova attenzione, un nuovo occhio, un nuovo lessico, ai genitori di Sara e Alessia. I genitori di Sara e Alessia, dal racconto delle figlie, sembrano però del tipo “mio figlio ha già la ragazza, mia figlia ha già il ragazzo”. Dicono così agli amici, sollevati, anche se magari il ragazzo, la ragazza, il figlio e la figlia hanno dodici anni, forse pensando che se i figli hanno il ragazzo o la ragazza sono al sicuro, e almeno non fanno di peggio. Chissà se sono quelli che in spiaggia mettono il costume a due pezzi e le ciabatte con il tacchetto a bambine di tre anni – che magari per altri otto potrebbero sentirsi bambine uguali ai bambini, e non già “donnine”, cloni delle donne grandi. Chissà se gli amici di Sara hanno avuto genitori e parenti che all’asilo già chiedevano “hai la ragazza?”. Sia come sia, la vita adolescente di Sara e Alessia ha un’aria (insostenibilmente) trentenne.

Anzi, un’aria da vita di trentenne arrivato, demotivato e stufo delle troppe avventure: nessuna pausa, nessuna curiosità, nessun progetto emerso dalla noia forzata dei pomeriggi nella cameretta (che ora non è neppure cameretta solitaria, perché la sera su Messenger è come stare in piazza). Nessuna intenzione di mantenere un proposito, se non una promessa, nessuna pressione per farlo mantenere, nessun desiderio che vada oltre oggi, nessuna pulsione non conosciuta, niente da prevedere, niente da immaginare, tutto già visto e già vissuto. A dispetto dei quindici anni, Sara e Alessia non si permettono di sognare. Volano basso. Alle “feste di classe” di cui parla Alessia, quelle in cui si fa “esperienza di sesso”, forse non c’è mai stato un equivalente del vecchio gioco del semaforo. Il gioco del batticuore e della faccia che diventava di fuoco, e non si sapeva come fare a nascondere la faccia e il fuoco. Era la scusa che permetteva di ballare abbracciati, in coppie diverse a ogni canzone, mentre uno a turno faceva il semaforo. Se “il semaforo” spegneva la musica e diceva “verde” era bacio sulla guancia, se diceva “giallo” era bacio sulle labbra, se diceva “rosso” era il fantomatico – per i tredicenni d’epoca semaforo – “bacio con la lingua” (ma ci si poteva rifiutare, e si rifiutava un po’ sdegnati il più delle volte).

Di fatto il gioco serviva a non più di un ragazzo alla volta per farsi avanti con una ragazza già a lungo corteggiata – con la complicità dell’amico “semaforo”, ovviamente, che aspettava di vedere il compare ballare con la prescelta per dire “rosso”, lasciando agli altri la possibilità di defilarsi con un “no, vabbè” e aspettare con ansia il loro rosso preferito, alla prossima festa. Arrabbiata con l’ex traditore, e annoiata da un anno di “sesso per esperienza”, Alessia dice: “Ho fatto tutto. Sesso di vario tipo, insomma”. Una volta uno le ha chiesto se prendeva la pillola. Alessia ha parlato con una dottoressa amica di sua zia giovane e la dottoressa gliel’ha prescritta, ma Alessia non la vuole prendere: “La prenderò quando avrò il ragazzo fisso”. Nessuno dei ragazzi con cui è stata usava il preservativo, né lei l’ha chiesto: “I ragazzi non lo vogliono usare e a me non va di chiederlo. Perché devo restare incinta proprio io? Tanto se non stanno attenti ci vanno di mezzo pure loro. Se resto incinta però lo tengo. Nella mia famiglia non credono nell’aborto. Io ci credo ma non voglio dare questo dispiacere a mia madre”.

Alessia dice “credo nell’aborto” come se si trattasse di una lontana teoria esoterica, come se non stesse parlando di sé e di un suo eventuale bambino. Sembra che parli di un’altra. Scollata, distaccata, assente. All’interlocutore viene in mente un’altra ragazza, incontrata in un altro luogo, Lisa. Lisa ha quindici anni e mezzo e un bambino di un anno. E’ figlia di immigrati inseritissimi, scuole in Italia, italiano perfetto, amici italiani. A tredici anni Lisa è rimasta incinta per la prima volta. Sua madre e suo padre “non si erano accorti di niente”, cioè non si erano accorti che lei frequentava dei ragazzi. Sapevano che lei scendeva per strada, come gli altri coetanei del quartiere, e stava tutto il pomeriggio in giro. Pensavano giocasse e chiacchierasse, non davano un significato all’accenno di trucco e alla camminata ammiccante. Lisa guardava le ragazze grandi e pensava fossero tutte “felici, con il marito e il passeggino”.

Non sapeva niente della vita, niente degli uomini. Viveva su due piani paralleli: una Lisa bambina giocava ancora con le amiche mentre una seconda Lisa andava a letto con i ragazzi, sentendosi adulta. Alla notizia della gravidanza i genitori volevano che Lisa abortisse per “continuare a studiare”, visto che “avevano fatto tanti sforzi per non farla essere una madre bambina come sua nonna, nel nostro paese”, diceva suo padre. Lisa voleva tenere il bambino “e stare con lui e il mio ragazzo in una casa per noi”. La mamma di Lisa piangeva, il padre stava zitto. La madre aveva poi parlato con la signora da cui lavorava come colf, chiedendole di parlare a sua volta con Lisa per “farla ragionare”. La signora aveva detto a Lisa che “doveva prima costruirsi un futuro da persona matura e responsabile”, “che i figli sono persone e non un capriccio”, che sembrava “una bambina che punta i piedi dicendo ‘voglio quello’ e non una bambina spaventata che aspetta un bambino”. Lisa stava sul divano, davanti ai suoi e alla signora, ripetendo “voglio stare con lui e il bambino”.

Il ginecologo della signora aveva consigliato a Lisa di andare ad abortire da un suo collega all’estero e le aveva prescritto la pillola. Lisa ha abortito, non ha mai preso la pillola ed è rimasta incinta di nuovo, ma di un altro ragazzo. Ha tenuto il bambino. Il ragazzo intanto si è messo con la sua migliore amica. La madre di Lisa ha paura che la figlia, “immatura e con un figlio piccolo, faccia altri disastri”. “Esiste solo oggi. Domani uno può pure essere morto. Se oggi non stai con me, domani per me sei morta”. Così diceva Edoardo, quindici anni, per “conquistare” Livia, quattordici – conquistare cioè “portare a letto”, dice Edoardo, e mentre Edoardo racconta l’interlocutore si chiede dove abbia preso quel mix di parole sull’oggi, il domani e la morte, roba da poeta maledetto un po’ scaduto. Edoardo dice che “ha funzionato: Livia c’è stata subito. Sono due anni che stiamo insieme” (dai tredici ai quindici). Edoardo vuole “stare solo con Livia e andare a vivere con lei a Londra”. Si veste di nero ma non è un Emo, un ragazzo con la ciocca spiovente sulla fronte che aspira a tagliarsi i polsi, spesso per posa e a volte, purtroppo, per reale disperazione. E’ un ragazzo “innamorato”, dice. I due non prendono precauzioni e sperano che “San Gennaro ce la mandi buona”. Silvia, la migliore amica di Edoardo, quindicenne, pensa che Edoardo sia “un guappo di cartone, un tonto”. Dice che “un’uscita con uno è un’uscita, una cosa seria è una cosa seria. Io preferisco l’uscita”. Durante l’uscita può “capitare” di fare l’amore come di non farlo, “perché non puoi dire ‘no’ a uno che vuole farlo, e se non l’hai mai fatto tanto vale, così non ci pensi più”.

Riecco il sesso come peso tolto, pensa l’interlocutore. Dopo un’uscita ci si saluta: “Gli dici ‘ci vediamo’, al massimo lo risaluti su Facebook”. Se c’è una seconda uscita “allora è una cosa seria e lui ti dice che non puoi uscire senza di lui, al limite solo con tua madre, e diventa un inferno. Il ragazzo di una mia amica menava la mia amica se usciva con le altre ragazze, e lo diceva a tutti quelli dei quartieri spagnoli. Lei pur di uscire lo seguiva quando lui andava a strappare rami degli alberi di Natale alla galleria Umberto, per la gara di appiccia-fuoco: vince chi ruba più rami in giro per Napoli e fa il falò più alto”. L’uscita si rimedia nella piazza davanti al liceo più famoso della città – pure se si è in terza media o si frequenta un altro istituto. Ci si siede a gruppetti, ragazze di qua, ragazzi di là.

Uno dei ragazzi comincia a fare “i cerchi” col motorino, gira intorno, gira intorno, gira intorno. Poi inchioda davanti alle ragazze, si presenta a tutte ma si siede vicino a una soltanto, e “se sei bravo da lì è fatta”. Il segreto è andare bene a scuola. Erica, terza media alle spalle, ha capito che se studia può uscire quando le pare. Sua madre la fa uscire con un’amica ogni pomeriggio. Erica e l’amica poi si separano e ognuna esce con un ragazzo. A quattordici anni, Erica non ha ancora fatto l’amore e si sente “una rarità” nel gruppo. Non ha “il complesso”, dice, “ma non vede l’ora di “levarsi il problema”. Chissà che cosa direbbero le nonne che negli anni Sessanta sognavano la rivoluzione sessuale, a vedere che la rivoluzione sessuale è diventata un dente da togliere in fretta. (13/7/ 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO di Marianna Rizzini )

 
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