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Gli atei di una volta che non ci sono più
Di Rassegna Stampa - 15/04/2009 - Attualità - 1162 visite - 0 commenti

Neppure gli atei, signora mia, sono più quelli di una volta. C’è di mezzo il mare e anche qualcosa di più, tra l’ateismo tragico e tormentato, fecondo di pensiero e di dubbi, di un Montale, di Baudelaire, di Wilde o di Ungaretti, e il nichilismo ridicolo degli ateisti à la page e dei paleopositivisti da talk show, si chiamino Richard Dawkins o Michel Onfray, passando per il matematico Piergiorgio Odifreddi e per l’astronoma Margherita Hack. Per nessuno di loro, così come per i militanti dell’Uaar (Unione degli atei agnostici razionalisti, appena reduci dall’aver solennemente affisso a Genova dieci cartelloni 6 x 3 che recitano: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona, è che non ne hai bisogno”), per nessuno di loro, dicevamo, possono aver senso le parole di Dostoevskij: “Vivere senza Dio è un rompicapo e un tormento. L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchia davanti a un idolo. Siamo tutti idolatri, non atei”.

Della fenomenologia e della teoria del nuovo ateismo si occupa Francesco Agnoli nel suo ultimo saggio, da oggi in libreria (“Perché non possiamo essere atei. Il fallimento dell’ideologia che ha rifiutato Dio”, Piemme, 332 pagine, 16, 50 euro). Agnoli rende omaggio, in apertura, all’“ateismo tragico, che vero ateismo non è”, se non altro perché “non si rassegna a negare Dio, per non dover negare anche l’uomo. Per Baudelaire, Verlaine, Wilde, Pascoli, Montale e tantissimi altri, per coloro che indagano l’uomo, egli rimane un grande miracolo, un mistero che non è possibile ridurre, come fanno tutte le ideologie atee, a infinitamente meno di ciò che egli è. Perché negare Dio ha significato, da sempre, ridurre l’uomo a un elemento della natura, equivalente a un sasso o a un albero; ridurlo via via a frutto del Caso, a un ‘esito inatteso’, a una ‘eccezionale fatalità’, a un aggregato di materia senz’anima”. Il risultato di tutto questo è paradossale ma facilmente verificabile: ogni ateismo ostinatamente professato diventa ateologismo, si trasforma di fatto in nuova religione del nulla, non meno pervasiva e produttrice di liturgie delle religioni che essa pretende di smascherare e ridicolizzare. “Prima di negare Dio, l’ateismo nega l’uomo”, scrive Agnoli, che vede in tutti gli ateismi, “da quello darwinista-materialista a quello marxista, da quello animalista a quello new age – quasi un risentimento, un rancore verso l’uomo, come singolo, unico e irripetibile, che reclama testardamente un senso più alto”.

Se l’uomo ha valore soltanto come esponente “indistinto di una non meglio identificata Umanità, di una Razza o di una Classe sociale”, finisce per non aver affatto valore in sé, se non per diventare un disvalore ambulante. La propaganda sull’uomo saccheggiatore del pianeta, alla quale ci ha abituati un ambientalismo rozzo e convenzionale, è arrivata trionfalmente nei sussidiari scolastici. Questa propaganda ormai diventata senso comune, puntualmente tradotta in piagnisteo sull’uomo che deve chiedere scusa sempre, perché “pesa” sulle risorse della terra, risponde alla visione dell’uomo spiaggiato nell’universo senza un vero perché. L’uomo figlio del caso, l’uomo accidentale, l’uomo che c’è ma poteva non esserci (magari, chissà, sarebbe stato meglio così). La tautologia, del resto, va forte tra gli ateisti, soprattutto nella loro variante ultradarwinista alla Dawkins. Provate a domandare a qualcuno di loro perché abbiamo cinque dita. Vi risponderanno che sei sarebbero troppe e quattro troppo poche. E provate a chiedere perché, da che l’uomo ha consapevolezza di sé, Dio fa parte del suo orizzonte. Vi risponderanno, un po’ come Jessica Rabbit, che è l’evoluzione che ci ha disegnati così (così creduloni e inclini a perder tempo in rovelli autopunitivi, s’intende).

E la faccenda, per quanto li riguarda, può considerarsi chiusa. Troveremo nel libro di Agnoli una ricca antologia, con annesse confutazioni, del pensiero ateista contemporaneo, delle sue punte più degne e di quelle più ottuse. E ci sembrerà particolarmente consolante il ritratto di uno scienziato agnostico, Francis Collins, che ha ereditato da James Watson la direzione del Progetto Genoma. Scienziato non scientista, Collins racconta come incappò in un libro di Clive S. Lewis, lo scrittore inglese che partì dal proposito di confutare per via di logica l’esistenza di Dio e approdò alla fede. Collins legge Lewis e riflette sull’altruismo disinteressato, che, dice, “costituisce una sfida rilevante per l’evoluzionista e rappresenta un vero scandalo per il pensiero riduzionista”, il quale pretende di ridurre tutto alla materia e alla genetica, ma che “non spiegherà mai certi speciali attributi umani, come la conoscenza della legge morale e l’universalità della ricerca di Dio”. di Nicoletta Tiliacos Tratto da Il Foglio del 1 aprile 2009

 
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