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Il viaggio delle benedizioni 1
Di don Massimo Vacchetti - 30/01/2009 - Religione - 1152 visite - 0 commenti
Ascolto in tv uno di quegli uomini che ha finalmente trovato la ricetta per conquistare consenso politico. “Occorre tornare in mezzo alla gente e uscire da certi salotti”. E così il nostro s’impegna su quel grande salotto televisivo: “Andrò al mercato a incontrare le persone vere perché è tempo di avvicinare la politica alla gente, di ascoltare i problemi veri e reali e affrontarli non più ideologicamente, ma nel tessuto concreto delle persone”. Ascolto, come tutti, molto interessato queste dichiarazioni e mi auguro che corrispondano al vero, ma non posso allo stesso tempo non pensare che in mezzo alla gente, da molto tempo e senza grandi parole, la Chiesa c’è già, da un pezzo. Sono un parroco. La mia è una parrocchia di campagna, della Bassa bolognese. La Chiesa è al centro del paese. Davanti, un po’ spostato c’è il Palazzo comunale. Accanto la piccola piazza, ci sono due bar. Era un paese cattolico. Ora non lo so. Ha subito molte trasformazioni negli ultimi anni. Eppure ogni anno – in questo periodo - vado in giro casa per casa, famiglia per famiglia. E’ il viaggio delle benedizioni pasquali. Se non li trovo, ripasso. Finchè non li trovo. Mi piace questa cerca. Mi sembra che le parole di Gesù “che nessuno di quelli che mi hai affidato si perda” abbiano significato chiaro mentre faccio questo viaggio di benedizione e di ricognizione. Quando torno a casa recito il Magnificat, il canto che Maria compose dopo aver fatto visita alla casa di Elisabetta: “l’anima mia magnifica il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. La “serva”. E’ il nome della Chiesa, della mia parrocchia quando adempie al mandato di Gesù “andate e annunciate”. Torno a casa stanco. Contento. La contentezza di chi ha compiuto in obbedienza il proprio dovere di pastore e di chi è rimasto sorpreso dalla bellezza umile del popolo di Dio. Entro in una casa. Trovo gente anziana. Non ricordo di averli mai visti. Forse lo scorso anno nell’analogo giro, ma non ricordo nulla di loro né le facce, né l’arredamento delle case. In genere ho buona memoria. Sono molto accoglienti, mi siedo. “Abbiamo appena tagliato il maiale e fatto delle salsicce. Gliene porto una”. Incasso senza fiatare. “Lei non ci vede molto. La domenica mia moglie da dodici anni accudisce una nipote che ha una distrofia muscolare. E’ una statua. E’ l’unico giorno in cui possiamo dare una mano a suo fratello in modo che abbia un po’ di riposo e di svago. Durante la settimana, io ho i miei genitori. Sono come bambini, hanno bisogno di tutto”. In un'altra casa, c’è una signora buffa. Di lei si vede solo la faccia. Il resto è sotto una serie di coperte accanto al camino. Ha 99 anni e un volto simpaticissimo. Di loro conservo il ricordo della visita passata. Mi rammarico di non essere passato durante l’anno a trovarli. La nipote, 70anni, mi dice: “Non mi muovo mai da casa se non per fare la spesa nelle prime ore del mattino quando lei dorme ancora e per andare a Messa. Non vengo in paese, ma vado alla Pianta. Poi torno a casa.” La Pianta è una piccola, splendida, malconcia cappella dove un prete anziano viene a celebrare la domenica mattina. Entro, infine in un podere. Lo scorso anno era perso nella nebbia. Non mi ero nemmeno accorto di dove fosse. Ci arrivo che c’è ancora luce. La casa è in piena campagna. Attorno vi sono solo campi, in questo periodo spogli e riposati, ma anche desiderosi di vita. Dentro ci sono due anziani di cui uno è il padre di una giovane ragazza. E’ appena tornata, dopo 18anni dalla Bolivia. Mi racconta qualcosa. Anche il babbo mi racconta che anni addietro andò a vedere dove stava la figlia. Mentre parla penso: “Guarda questa famiglia, in questo contesto così semplice. (il mio è un pensiero snob, evidentemente, di chi è cresciuto e vissuto nel centro di una grande città). Dio li ha visitati e li ha colmati del centuplo”. Che bella, la mia parrocchia! Che bello, il popolo di Dio! Che bello, essere sacerdote! Mi piace la mia Chiesa in questo periodo. Ogni buon parroco della mia Diocesi si mette in cammino e incontra la sua gente. Non che nel resto dell’anno non avvenga. Basta fermarsi fuori dall’ufficio di un parroco in un qualsiasi giorno dell’anno. Ma in questo periodo dell’anno, la Chiesa si sveste di quella patina salottiera che di tanto in tanto tende a ricoprirla e indossa gli abiti da viaggio. Un viaggio che la porta là dove la gente vive con le sue attese e le sue fatiche, le sue gioie e le sue incertezze. Un viaggio in cui l’unico bagaglio è quello della speranza di Dio. E quando la sera, uno pensa di averlo “disfatto” un po’ di qua e un po’ di là, quell’unico bagaglio è ancora pieno di quella stessa speranza. Pronto a ricominciare il giorno successivo.
 
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