Intervista sulla politica giovane. Parla l'europarlamentare Lara Comi
Di Giuliano Guzzo (del 13/09/2010 @ 09:16:46, in Interviste di Liberta e Persona, linkato 1349 volte)

Alla sua età, spesso, si è “bamboccioni”, come direbbe l’ex Ministro dell’Economia; si cerca cioè un lavoro scontrandosi simultaneamente con le difficoltà della recessione economica e con l’inguaribile pigrizia di chi, in fondo, sa che alle proprie spalle ci son sempre, inossidabili, mamma e papà. Lei, invece, siede già nel Parlamento Europeo, coordina i giovani eurodeputati del PPE e vanta, secondo VOTEWATCH, un ritmo considerevole di presenze in aula: 96.49 % e 100% in commissione. Dando così del filo da torcere, quanto a stacanovismo, a molte sue colleghe, a partire dall'enfant prodige del Pd, Debora Serracchiani. E confermando le aspettative di Renato Brunetta, che non nasconde di stravedere per lei. Ciononostante, almeno i primi tempi, Lara Comi li ha passati a dare a chiunque le chiedesse ragione della sua ascesa europea “una brutta notizia” , vale a dire la sua totale estraneità al mondo delle veline e dei provini. Sono difatti in tanti quelli ammaliati dal suo fascino che si chiedono come sia possibile che una donna, per giunta così giovane, sia approdata ai piani alti della politica armata – incredibile ma vero - dell’unica dote che realmente conta: il merito. Ma la giovane europarlamentare, evidentemente allergica alle malelingue, tira dritto per la sua strada e, nelle vesti di Vicepresidente della Commissione mercato interno e protezione dei consumatori e di Membro della Commissione industria, energia e ricerca, fa di tutto per mettere a frutto le sue conoscenze di bocconiana doc. E, ovviamente, per continuare a imparare.

On. Comi, lei è diventata europarlamentare ad appena ventisei anni: a quell’età Alcide De Gasperi, uno dei padri nobili della storia politica italiana ed europea, era ancora un giornalista, e il capo del suo partito, Silvio Berlusconi, praticamente uno sconosciuto. Sono loro ad essersi affermati tardi politicamente oppure è lei ad essere precoce? "Credo che i tempi della politica siano cambiati; in passato il cursus honorum iniziava nelle sezioni dei partiti, strumento di formazione e di informazione, determinando certamente una maggior “ disciplina “ ma anche un’uniformità d’ idee. Oggi la sede dell’impegno politico non è più la sezione, ma la società civile, dove la passione politica può esprimersi nelle associazioni di volontariato, nei circoli, nelle fondazioni o nei tanti think tank che nascono. Devo anche dire che la mia formazione politica , relativamente precoce sui banchi del Liceo e proseguita da coordinatore F.I. giovani Lombardia, è avvenuta negli anni in cui , dopo l’esperienza storica di Mani Pulite e della nascita di nuovi movimenti politici, si avvertiva l’esigenza di un rinnovamento non solo in termini di strutture, ma di linguaggi, di relazione, di approcci. Berlusconi credo, sia riuscito a intercettare e a rispondere a queste domande. Dalla militanza al protagonismo : questo slogan credo possa fotografarne il passaggio".

E’ stata eletta al Parlamento europeo con 63.158 preferenze - comprese , ha dichiarato, quelle di alcuni elettori di sinistra - nella circoscrizione nord-ovest: un successo clamoroso, tanto più, mi passi il termine, per una esordiente. Ma come ha fatto? Si è clonata decine di volte di volte fino ad invadere Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle D'Aosta? E’ stata aiutata dal Cavaliere in persona oppure ha fatto come la sua prima maestra politica, Maristella Gelmini, che ha dichiarato di aver condotto le proprie prime campagne elettorali passando “cascina per cascina”? "Il Presidente Berlusconi è stato prodigo di consigli e di suggerimenti, ricordandomi di rimanere sempre me stessa. Del Ministro Gelmini ho ammirato la determinazione, la volontà messa a disposizione di una causa giusta, e soprattutto la convinzione che la politica si fa tra la gente, ascoltando, avvicinandosi ai suoi problemi. Così ho fatto, girando,coinvolgendo soprattutto i giovani, e quanti volevano volti nuovi nei quali credere e dare fiducia . Il mio impegno è proprio rivolto a non deludere queste aspettative".

Per Bismarck è la dottrina del possibile, per De Gasperi il realizzare e per Voltaire l'arte di mentire a proposito. E per Lara Comi, invece, che cos’è la politica? "Al di là delle definizioni da Lei citate, ho sempre apprezzato due posizioni che sono state per me illuminanti e che hanno incrociato il sistema di valori trasmessomi dai miei genitori. Quella di Max Weber secondo il quale l’orizzonte in cui deve muoversi il politico è la vocatio (Beruf), vocazione come capacità di trasformazione e promozione di nuovi valori, uno scopo razionalmente organizzato e fondato sulla conoscenza della realtà. Io credo nella Politica come Passione , come senso di responsabilità , come lungimiranza L’altra convinzione che ha animato il mio impegno politico è quella di Papa Ratzinger : la politica al servizio del bene comune e ispirata dalla verità morale. Ciascuno di noi nella vita di pubblico servizio, credo debba essere impegnato a servire il bene degli altri nella società, a livello locale, nazionale e internazionale. Sono convinta che l’impegno politico non si qualifichi, se non mettendolo al servizio di una “causa” e quindi facendo della responsabilità, nei confronti appunto di questa causa, la guida determinante dell’azione. Così sto imparando io, così intendo la politica: lo sforzo di realizzare il bene comune, la valorizzazione costante del mio territorio, vicino alla mia gente , per dare anima a idee e progetti, passione e realtà, coraggio e partecipazione per rilanciare la nostra Italia in Europa. Ed io come tanti voglio crederci. La passione per un cammino che sento mio e che voglio condividere con quanti mi hanno dato fiducia e soprattutto con i giovani. Fare politica è questo. E’ incontro con l’altro e va vissuto, oggi più che mai, come servizio".

In un articolo pubblicato sul quotidiano di Vittorio Feltri, lei ha denunciato, ricordando il crollo del Muro di Berlino, la situazione drammatica di quei paesi “per cui il Muro non è ancora crollato […] come la Bielorussia” (Il Giornale 14/11/2009, p. 12). Come ha interpretato, allora, le parole del Premier quando, giusto pochi giorni dopo il suo articolo, ha lodato il plebiscitario sostegno elettorale di cui gode Alexander Lukashenko, già definito dall’amministrazione americana “l’ultimo dittatore” europeo? Errore oppure strategia politica? "Intanto, nonostante le critiche, il Presidente Lukashenko ha un consenso di ferro essenzialmente per due ragioni: la prima è che appartiene a quel mondo contadino che è stato la base del potere comunista nel Paese, e in secondo luogo perché non si piegò alle privatizzazioni selvagge degli anni Novanta, difendendo con le unghie il vecchio modello statalista. Questo gli ha permesso di incassare una serie di dividendi economici positivi, nel tentativo di smarcarsi dalla pesante tutela russa. Strategicamente Silvio Berlusconi è stato il primo leader occidentale da 15 anni a Minsk, non è andato in missione in Bielorussia solo per questioni economiche ma soprattutto per sancire un riavvicinamento del Paese alla comunità internazionale. L’Italia sta giocando, infatti, un ruolo chiave anche nel contribuire al disgelo dei rapporti tra Unione Europea e Bielorussia. In questa prospettiva si comprende che quella del Presidente Berlusconi è stata una sagace iniziativa politico/diplomatica Anche l’Italia ha registrato una crescita rispetto all’anno precedente, ma in proporzioni decisamente basse, ovvero pari all'1,1%. Regina d'Europa e traino della ripresa economica nell'area euro è la Germania, con un invidiabile tasso del +3,7% rispetto all’anno precedente. C'è stato un diluvio universale e il governo ha fatto bene a diffondere fiducia e ottimismo perché questa crisi, è stato dimostrato, ha, anche, grande origine nel fattore psicologico. Una convinzione che lo stesso premier ha confermato portando l'esempio dei dipendenti pubblici che, pur non essendo «toccati direttamente» dal rallentamento economico, hanno modificato i propri comportamenti Un'indagine fatta su 3,5 milioni d’ impiegati pubblici italiani, ha dimostrato come anche chi non rischia il proprio posto di lavoro o chi abbia visto un aumento del proprio stipendio grazie alla riduzione dei costi e all'aumento del potere d'acquisto, abbia deciso di non cambiare l'auto soltanto per la paura di una crisi che non può toccarlo direttamente".

In Europa i decessi annuali per suicidio – oltre 58.000 - sono più numerosi alla somma di quelli dovuti a incidenti stradali (50.700) e omicidi (5350). Per non parlare degli aborti - uno ogni 11 secondi – e di un correlato inverno demografico che mai, a detta del sociologo Ben Wattenberg, il nostro continente aveva attraversato dai tempi, fortunatamente remoti, della peste nera. Le sembra così campata per aria la tesi di chi ritiene la crisi economica diretta ed inevitabile conseguenza di una crisi di altro genere, soprattutto etica e morale? "Ho letto questa estate “Homo oeconomicus: crisi etica e antropologica” di Flavia Barberi Un testo che propone un’economia per l’uomo e tenta d’ ipotizzare le sfide per il futuro. Credo che l’analisi delle dinamiche finanziare e le successive ripercussioni etiche e morali abbiano condizionato i comportamenti sociali dell’uomo mettendo in discussione i fondamenti dell’antropologia e dell’etica. Ciò che doveva essere uno strumento – la proprietà, la ricchezza, la finanza – è divenuto principio e fine degli sforzi, misura unica e indiscussa delle azioni. La responsabilità degli attori economici ha lasciato spazio alla speculazione, al guadagno facile, all’arricchimento fraudolento, spesso mascherati da un’efficienza “di comodo” del mercato. Credo che occorra proporre una nuova economia, con le sue regole, i suoi limiti, i suoi strumenti. Ripartire dalla persona deve essere la parola d’ordine. Persona è innanzi tutto relazionalità: ripartire da essa, quindi, significa superare l’isolamento individualistico e aprire la possibilità di un incontro autentico con gli altri. Umanizzare l’economia è un compito arduo: ma se è vero che non basta un singolo elemento per modificare il sistema in cui è inserito, è anche vero che un micro-sistema, inteso come porzione seppur piccola del macro-sistema d’origine, può invece portare germi di cambiamento. Perciò, va superata la dicotomia tra individuo e Stato: bisogna piuttosto puntare sui corpi intermedi della società civile, su tutto ciò che si trova nel mezzo tra l’isolamento del singolo e il conformismo della massa, e che può aggregare le persone in vista del bene comune".

In tanti, specie tra gli euroscettici, sostengono che l’Europa politica, al di là dei proclami, altro non sia che un’immensa ragnatela burocratica fenomenale quando si pronuncia sui mazzi di asparagi o sulla massima curvatura del cetriolo ma a dir poco lacunosa quando si tratta di fare sul serio. Nel corso della sua esperienza a Bruxelles, che pregi e che limiti ha riscontrato nelle istituzioni europee? "Parto da un’affermazione di fondo : l’Europa, a mio avviso deve diventare una realtà concreta , una realtà per cui valga la pena battersi per ridare a una generazione le ragioni per mettere su casa e famiglia, per mettere al mondo dei figli, per combattere la perdita delle proprie radici e della propria identità. Durante la campagna elettorale ho percepito l’immagine dell’Europa come un’istituzione un po’ fredda e distante dai reali problemi. Eppure su 100 leggi che il Parlamento italiano approva, 70 hanno origine da direttive della Ue. Il Parlamento europeo non può essere una cassa di risonanza dei conflitti e delle polemiche politiche che si svolgono nei singoli Paesi e per essi nei singoli Parlamenti nazionali, né può essere una sorta d’ istanza d'appello nei confronti di decisioni dei Parlamenti nazionali e di comportamenti dei governi nazionali. L'Unione europea non può essere concepita come tribunale in cui dirimere le controversie nazionali, ma deve invece essere un volano di pace e di sviluppo, un progetto politico ,quindi, a disposizione delle comunità nazionali e di un sentire europeo. Il grande limite che ho riscontrato e che mi auguro diventi una sfida, riguarda la partecipazione attiva delle cittadine e dei cittadini all'interno di questa costruzione, la comprensione di un'Europa che, da unione economica e monetaria, si avvii a divenire sempre più politica. Passiamo ora alla politica nazionale".

Da mesi i giornali non fanno che parlare del divorzio, in casa Pdl, tra il Presidente della Camera Berlusconi. Eppure Fini, già nel lontano 1994 ebbe a criticare pesantemente il Cavaliere, dandogli dell’”inesperto” (La Repubblica, 8/4/1994). Sei anni fa Oriana Fallaci definì l’ex leader di An “capace di tutto”, “gelido calcolatore”, “un furbone” che “dirige un partito che si definisce di Destra e gioca a tennis con la Sinistra”e che farebbe meglio a presentarsi “come capolista dell’Ulivo”. E pare che poco prima di morire, persino Almirante, il primo a credere in Fini, abbia confidato a Ciarrapico queste parole:”Peppino, io di Fini non mi fido” (Cfr. Corriere della Sera, 17/8/2010). Non sarà che Fini, in realtà, è sempre stato un’altra persona rispetto a quella, carismatica e idealista, che tutti, elettori in primis, credevano fosse? "Non mi appassionano le querelles estive, né posso condividere la domanda retorica che mi rivolge, che suona essere un giudizio sulla questione Futuro e Libertà-Fini / PDL Berlusconi. Un partito è, innanzitutto, un’idea. Un’idea, quella di Popolo della Libertà, che è il fondamento del nostro stare insieme. Un’idea di libertà. Un partito è un’idea che si fa progetto. Il Popolo della Libertà è stata la prima forza politica a comprendere che è terminata l’era delle deleghe in bianco da parte dell’elettorato, a capire sin dalla sua fondazione, dieci anni fa, che occorreva dare una risposta positiva all’ansia di riforma degli italiani. Che non bastavano le formule del vecchio politichese, ma che occorreva passare alla politica dei fatti, prosciugare la palude in cui le istituzioni si erano, da troppi anni, impantanate. Dibattere, progettare, scegliere: un modo per stare insieme.. Ma altre sedi, altri luoghi, altri momenti da «convivere» dobbiamo saper creare, per rafforzare i motivi del nostro stare insieme, per scambiare e confrontare le nostre idee, le nostre storie, i nostri progetti e le nostre realizzazioni. Mi auguro che prevalga il buon senso , che si rispetti il mandato elettorale ricevuto e che si realizzino le aspettative di coloro che , e sono davvero tanti, hanno creduto in noi".