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Baby Business: la tecnica contro l'uomo.
Di Francesco Agnoli - 24/10/2008 - Fecondazione artificiale - 1860 visite - 0 commenti

Recentemente, sul suo sito, Carlo Bellieni, celebre neonatologo italiano, ricordava che i metodi naturali battono la fecondazione in vitro (fiv, o Pma) 25 a 18. Ciò significa che secondo studi dell’università dello Utah, confermati da molte altre esperienze, su 1239 coppie, a fronte di una percentuale di successi del 18 percento tramite fiv, l’adozione di metodi naturali accompagnati da un modico ricorso a farmaci, porta alla nascita di un bambino in 25 casi su cento (Journal of the American board of family medicine, 21 (5):375-384 - 2008).

Non si tratta, per la verità, di una notizia sensazionale: basta la logica, e la conoscenza delle tecniche di Fiv, per intuirne la forte aleatorietà, oltre che la pericolosità per le donne ed i nascituri. Una medicina saggia, prima che cercare di manipolare la vita, dovrebbe anzitutto indicare le vie della prevenzione della sterilità, e in secondo luogo percorrere ogni strada naturale per ristabilire un ordine turbato o alterato, rendendo così possibile un concepimento naturale. Ma allora perché questo non avviene? Perché la strada della ricerca sulla fertilità e sulla sterilità non viene perseguita con la dovuta attenzione, con gli sforzi, e i mezzi che sarebbero necessari? Ha già risposto alcuni anni fa, nel suo bellissimo “La vita in vendita” (Lindau), Jacques Testart, il biologo che ha concepito la prima bambina in vitro nella storia della Francia: oggi della vita si fa mercato. Dietro le dichiarazioni sulla sofferenza delle coppie sterili, dietro una facciata di buonismo e di pietà, si nasconde, come spesso accade, lo sterco di Satana.

Ce lo spiega con grande lucidità una studiosa non prevenuta, e per nulla avversa all’artificiosità delle tecniche di fiv, come Debora L. Spar, docente di Business Administration all’università di Havard, autrice di “Baby business”, una indagine a trecentosessanta gradi sul mondo della provetta e sulle sue implicazioni economiche e commerciali. La Spar affronta il vasto campo delle tecniche di fecondazione assistita con la freddezza di un economista che studia le implicazioni economiche di un fenomeno di massa, come sta diventando oggi il problema della sterilità in occidente. Abbiamo così la possibilità di leggere e di apprendere un po’ di numeri: nel 2001 negli Usa circa 6000 bambini sono nati grazie alla vendita di ovuli; 600 si sono sviluppati in uteri di madri surrogate, con contratti di surrogazione al costo di 59.000 dollari l’uno. Gli ovuli di prima qualità costano mediamente 4500 dollari, ma possono arrivare sino a 50.000, mentre il seme maschile viene venduto a prezzi che variano da 300 a 3000 dollari. Ci sono coppie che spendono sino a 100.000 dollari, altre che ipotecano la casa, altre che per un figlio high tech sono disposte alle sperimentazioni più assurde e pericolose. Mentre nel 1986 vi erano negli Usa 100 cliniche per la fertilità, nel 2002 se ne contavano già 428. Questo immenso mercato, che nel 2004 ha avuto un giro d’affari di 3 miliardi di dollari solo in America, ricorda l’autrice, ha la caratteristica di non essere regolato: “il commercio di figli spicca soprattutto negli Stati Uniti, come una straordinaria eccezione: una delle pochissime industrie che operano praticamente in assenza di regolamentazione” (p.XXIX).

Analizzando analiticamente il profilo del mercato della fertilità, la Spar parte dal gradino più basso, il mercato del seme maschile: vi sono banche del seme che vendono alle coppie singole, e alle lesbiche; alcune nascondono del tutto il nome del “donatore”, altre, come la California Cryobank forniscono 24 pagine di informazioni sul proprietario del seme, compresa la religione, la professione, gli hobbies e un nastro registrato con la sua voce (ma non indirizzo e numero di telefono). Il materiale maschile più venduto è quello danese: la Danimarca infatti garantisce seme di qualità e anonimato del venditore, perché “molti acquirenti non vogliono che la loro prole sappia che papà è arrivato tramite corriere”.

Accanto al mercato del seme c’è quello degli ormoni, in cui è leader la Ares-Serono, una società svizzera che ha comercializzato la prima terapia ormonale per l’infertilità. “Nel 2004 la Ares-Serono è arrivata a guadagnare in tutto il mondo 2,5 miliardi di dollari”. Ancora più interessante è il mercato di ovuli, che comporta una procedura complessa cui la donna deve essere sottoposta: iniezioni giornaliere per sollecitare le ovaie, prelievi del sangue, esami agli ultrasuoni per vedere se gli ovuli maturati a forza sono “buoni” o meno (almeno per quanto siamo in grado di capire oggi). Le “conseguenze a lungo termine” sulle donne che subiscono queste pratiche, ricorda la Spar, “sono sconosciute”. Ciononostante studentesse universitarie, giovani donne e aspiranti attrici, per un po’ di soldi, si sottopongono ad ogni diavoleria.

A questo punto la Spar racconta alcune storie molto interessanti, ad esempio quello di David e Vivian. Vivian si sottopone a terapia ormonale, inseminazione intrauterina (Iui), e rimane incinta di due gemelli, ma purtroppo i due bambini, al terzo mese di gravidanza, muoiono, come non di rado accade. A questo punto Vivian riprova, con cinque cicli di ormoni e tre Iui: nulla. Passa allora alla fiv, rimane incinta al secondo tentativo ma abortisce di nuovo. Alla fine, dopo aver speso più di 100.000 dollari, la coppia, enormemente provata, adotta un figlio russo. C’è poi la storia di Patricia e Isaac: dopo tre cicli di clomid, fiv due volte, concepisce due gemelli che si insediano nelle tube di Fallopio e la gravidanza viene interrotta. A Patricia verrà diagnosticato un tumore al seno, determinato dalle eccessive cure ormonali. Questi e tantissimi altri casi, chiosa la Spar, pongono delle domande: le coppie vengono informate correttamente delle non alte probabilità di successo? Quale medico, di fronte alla possibilità di un lauto guadagno, propone veramente alla donna prima le vie naturali poi le alternative meno costose? Quale medico ha il coraggio di fermare tutto, quando ogni tentativo si è rivelato inutile? Quanti invece giocano sulla pelle delle coppie e del loro desiderio di un figlio?

Quanti spiegano agli aspiranti genitori, che, come “recenti studi dimostrano i bambini concepiti con la Fiv potrebbero avere un rischio più alto di difetti congeniti”, di “difetti urologici e un maggior rischio di sviluppare il cancro nella prima infanzia”? Chela Fiv produce anche una percentuale molto più elevata di parti gemellari, il 37% secondo uno studio recente, che a loro volta producono gravidanze molto più complicate e maggiori probabilità di nascite premature o sottopeso? Ipotizziamo il caso, continua la Spar, di una donna di nome Sally che abbia il desiderio di un figlio che non arriva: “Se la terapia contro il cancro non funzionasse, Sally la abbandonerebbe…Se la medicazione di un’ulcera fosse troppo costosa, Sally cercherebbe un’alternativa più a buon mercato. Ma quando si tratta di terapie per la fertilità sono pochi gli incentivi a interrompere la cura. Sally è decisa a continuare, lo Stato non ha una normativa al riguardo, e il lato affaristico del dottor Welby (nome d’invenzione, ndr) sarebbe folle a dire no. L’unica limitazione è il prezzo…”. E se Sally vuole continuare, la terapia sarà sempre più “aggressiva”, con sempre maggiori pericoli per lei e per l’eventuale bambino, perché le tecniche in vitro hanno “scarse probabilità di successo e un potenziale dannoso ancora sconosciuto”. Proseguendo nella sua analisi la Spar fa cenno alla tecnica di congelamento degli ovociti, pericolosa per la delicatezza delle procedure, ma che promette lauti guadagni, dal momento che allarga il mercato, offrendo anche alle donne fertili la possibilità di ricorrere alle tecniche artificiali. Infatti sono sempre più numerose le donne che decidono di procrastinare il figlio che per il momento non vogliono, per motivi di carriera, o altro. Nel 2002 la Egg Bank Usa chiedeva 7000 dollari per prelevare ad una donna dieci-quindici ovuli e conservarli per il futuro, con una quota da versare per ogni anno di conservazione.

C’è poi l’affare della locazione dell’utero: una nuova forma di schiavitù, dal momento che spesso sono donne di colore, o di paesi poveri e del Terzo Mondo che portano in grembo “i figli prevalentemente bianchi della procreazione assistita”. Già nel 1995 “i quotidiani polacchi, tacitamente sollecitavano le donne a fare da surrogate per coppie olandesi, belghe e tedesche. Il compenso era più o meno l’equivalente di due anni di salario in Polonia”. Quanti casi? Si parla di 1210 tentativi di locazione di utero negli Usa soltanto nel 2000, il doppio rispetto a tre anni prima. Un cenno infine all’uso della PGD (diagnosi genetica preimpianto): a prescindere dalla sua funzionalità, dall’uso eugenetico che ne viene fatto, essa ha assunto un ruolo sempre maggiore grazie alla sua capacità di identificare il sesso dell’embrione.

 La domanda più forte di PGD viene “da coloro che vogliono scegliere il sesso del bambino”: anche qui, evidentemente, il mercato si allarga enormemente anche alle coppie non fertili, e a quanti desiderano non solo operare, tramite la PGD, una “selezione contro” eventuali malattie genetiche, ma anche la “selezione per” ottenere le caratteristiche genetiche desiderate (siamo di fronte ad un vero e proprio ritorno del nazismo). La Spar conclude citando un caso interessante, quello di una certa Anderson che aveva affittato l’utero per 15.000 dollari. Per aumentare le possibilità di gravidanza i medici avevano impiantato cinque embrioni. Sono sopravvissuti tutti e la donna ha partorito 5 gemelli. Per i media si è trattato di una storia bellissima e degna di ogni elogio. “Questi bambini, spiega però la Spar, erano straordinariamente costosi: le spese di parto si sono aggirate quasi certamente sui 400.000 dollari”. In questo caso, benché la Spar non lo racconti, si può ben intuire il perché di tanto denaro: rischio di morte della madre surrogata, bambini prematuri e sottopeso, probabilmente malati, come succede solitamente in caso di gemelli nati da fiv, cure intensive per mantenerli in vita... Da buona economista, che ha ormai digerito “la vita in vendita” come un normale portato dei tempi, la Spar conclude spiegando quanto “può essere importante il Baby Business, e quanto sia importante farlo funzionare bene”. Quando si dice l’ottimismo!

 
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