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Una felicitą ...da toccare.
Di Luca Sighel - 27/07/2008 - Filosofia - 1618 visite - 0 commenti

Pronunciare la parola “felicità” pare, allo sguardo disilluso di molti, un’esagerazione. Sì, è uno di quei termini così abusati, che appaiono un po’ generici e quindi svuotati di significato, possono andar bene per quelle massime da bacio Perugina o in discorsi che si fanno, ma a cui, in fondo, non si crede...la vita è ben altro, con le sue quotidiane e, talvolta, complicate urgenze. Certo a 15 anni è tutto o nero o tutto bianco, ma poi rischia di essere ancor peggio e quando qualcuno chiede “ Ma tu sei felice?” “...Mah!? ....sì!” si risponde affermativamente, un po’ per togliersi dall’imbarazzo di non saper bene come argomentare e rispondere. “In cosa consiste la tua felicità?” “Bhè! Su questa domanda sono già più preparato!” e snoccioleremmo, magari, un elenco di beni ed affetti assolutamente indispensabili, per commentare poi con una di quelle frasi, un po’scontate, che cercano di salvare tutto: “d’altra parte la felicità è una tensione...” o “la vera felicità sta nel desiderio...” “L’importante è ...” Ma è possibile essere felici?

 Per i greci, alle radici della nostra cultura classica (ne tratta lo storico Erodoto V secolo a.C:), la felicità, eudaimonia, è considerata il bene supremo, essa si realizza soprattutto come buon rapporto con il mondo e può essere valutata solo alla fine della vita di un individuo, invece la ricerca di una felicità unicamente privata, come soddisfazione personale, il senso comune che la parola assume generalmente oggi, è definita una felicità da idioti. Parola di Erodoto! Diverse sono le ricette, oggi, per essere felici: si va dalle convinzioni sul salutismo, secondo cui la felicità si fonda nel promuovere uno stile di vita sano (regolare attività fisica, una sana alimentazione e un approccio mentale positivo), a chi si spinge più in là, ricercando forme di spiritualità più o meno estreme (energia cosmica, della Natura e dell’Universo, lati più o meno oscuri della Forza, ritualismi celtici, sciamanesimo, Damanhur, Reiki), a chi, molto più pragmaticamente, valuta il raggiungimento della felicità in base all’affermazione professionale o calcola i beni e il denaro accumulato. (che cinismo!) E poi c’è chi fugge! Se non sei felice di te stesso, del tuo modo di vivere, delle tue relazioni, del mondo che hai costruito intorno a te o dentro cui ti tocca vivere, vi è sempre il mondo virtuale, che ha avuto in questi ultimi due anni sviluppi inaspettati. Un mondo in cui puoi essere letteralmente un altro: un’altra faccia, un altro corpo, un’altra personalità, un altro lavoro, un altro patner (o più), altra casa, altre relazioni, altra storia passata, svaghi, conto in banca ...soprattutto moralità. In una parola Second life, seconda vita, un mondo virtuale tridimensionale, nato nel 2003, in cui chiunque può registrare un proprio avatar (sono già 12 milioni), un nuovo sé e poi vivere in questo spazio virtuale, incontrando altri, godendo di servizi i più disparati e soprattutto spendendo tempo e non solo: ogni opzione o accesso suppletivo costa, poco, ma costa. Un mondo in piena regola con eventi, manifestazioni, feste, aziende (già parecchie aziende italiane sono su second life), università (udite,udite!). E i limiti non si vedono ancora, ad esempio si possono incontrare noti personaggi della cultura, dello spettacolo, persino della politica (Di Pietro è stato il primo politico italiano ad avere un proprio “ufficio” in second life). Non è più così chiaro se questo è un immenso gioco collettivo o se invece è una realtà parallela, dato che avvengono in essa fatti, compra-vendite, affari reali.

E chissà se si costituirà un governo o ci sarà una rivoluzione. Intanto c’è chi in second life si è sposato e ha figli (costano meno e anche la responsabilità è più tollerabile). Un mondo virtuale, ma anche così reale che la criminalità ha preso subito la palla al balzo e così anche voi, senza saperlo, pagate agenti della Guardia di Finanza, che davanti al loro pc, sono in servizio, sotto copertura, in second life: riciclaggio, pornografia a vari livelli e tutte le variegate possibilità della delinquenza e del raggiro. Un affare globalmente da quasi 1 miliardo di dollari, con già 500.000 lavoratori per lo più cinesi ed indonesiani sfruttati, che per 15-18 ore al giorno lavorano davanti allo schermo per consentire ai più o meno ricchi occidentali di “giocare” in second life. Ma esistono anche veri giochi di ruolo in rete altrettanto popolati e remunerativi per i loro creatori: tra i tanti World Warcraft, 9 milioni e mezzo di giocatori che spendono in media dai 50 ai 100 dollari l’anno per acquisire opzioni, poteri, armi, vite...tutto virtuale ovviamente. Sono nate anche cliniche (U.S.A., Giappone ed Olanda) in cui vengono curate “le sindromi da virtualità” di giocatori che giungono sino a 12-15 ore di dipendenza, togliendo tempo alla famiglia, agli amici, al tempo libero, allo sport, al cibo e, in fondo, a se stessi. Fino al ripiegamento su di sé più radicale e all’isolamento: è il caso sei cosiddetti kikomari, giovani giapponesi che si chiudono in stanze o appartamenti e non ne escono più, si ritirano, escono dal mondo. E il fenomeno potrebbe essere archiviato tra le stranezze del paese del Sol Levante o di alcuni “balordi” se non coinvolgesse già 1 milione di adolescenti e giovani giapponesi. Tutti all’inseguimento della felicità. Ma quale felicità? Una delle più spietate rappresentazioni di quella che il mondo contemporaneo, chiama felicità è stata data da Samuel Beckett nell’opera Giorni Felici.

I due protagonisti sono conficcati nella terra: lei fino alla vita, lui vegeta in un buco come un verme. Winnie è tutta concentrata sulla cura del suo corpo (pettinarsi, truccarsi, essere sempre in ordine) e in un continuo chiacchiericcio da salotto. E Willie è il marito perfetto per questa situazione: borbotta, sopporta con fatica la petulanza della moglie, legge il giornale (una coppia come tante insomma, dice Beckett). La felicità di Winnie è la chiave dell'opera. Winnie non vuole ammettere che si trova in una situazione infernale, anzi pare non accorgersene. Lei si proclama felice, la sua è una vita felice. Cosa può desiderare di più? Ha la sua borsetta con la spazzola, lo specchio (e una piccola pistola con la quale potrebbe velocemente farla finita, ma significherebbe ammettere la sconfitta della sua esistenza). Ha un marito che può tormentare col suo continuo parlare. E' una vita meravigliosa. E i suoi giorni, che trascorrono tra l'assordante campanello del risveglio e l'altrettanto assordante campanello del sonno, sono giorni felici. E anche quando, nel secondo atto, lei è sepolta fino alla testa continua a proclamarsi felice. Caustica metafora e terribile critica ad un mondo, il nostro, che ha ridotto la felicità ad un ammasso di oggetti e beni da riciclare. Che cosa ci può dissotterrare dalle nostre illusioni di felicità, donando una speranza vera? Che cosa o chi può vincere la morte, che lentamente incorpora, farci passare da uno stato di morte, sempre meno apparente, e rigenerare il tempo e l’esistenza? Chi può liberarci dalla morte e rendere la vita non necessariamente semplice, ma degna di essere vissuta e densa da toccare ed assaporare? Chi può rendere le contingenze della nostra esistenza non ostacoli da rimuovere, ma appuntamenti d’amore e significato? Accettiamo idee e proposte, ma un’ipotesi ce l’abbiamo già.

 
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