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Incontro con Renzo Gubert, sociologo, senatore, testimone del Sessantotto.
Di Francesco Agnoli - 07/06/2008 - Storia del Novecento - 2512 visite - 0 commenti

Renzo Gubert è un ex senatore dell'Udc, padre di nove figli, professore all'università di Sociologia, e protagonista della vita civile e politica della città di Trento sin dal famoso Sessantotto. Prima di diventare docente, è stato studente all' Istituto Superiore di Scienze Sociali (poi Facoltà di Sociologia), nell'epoca in cui comparivano sulla scena personalità come Marco Boato, Mauro Rostagno, Renato Curcio, Paolo Sorbi e tanti degli altri protagonisti del 1968.

Gubert si segnala subito come uno degli oppositori più decisi delle "occupazioni" sessantottine, cominciate per la verità già nel 1966, non tanto perchè non condivida alcuni degli obiettivi, che anzi ritiene giusti e importanti, quanto per questioni di metodo, le stesse che spingono anche Marco Boato ad opporsi alla prima occupazione, quella del 1966.   Con il 1968 cominciano infatti occupazioni a netta motivazione "ideologica". L'unica sociologia valorizzata è quella "negativa", ossia non solo critica, ma procedente per negazione in via di principio dell'accettabilità dell'esistente, sempre di per sè una inaccettabile costrizione, una limitazione delle "possibilità". L’approccio è quello dialettico, secondo il quale l'osservazione empirica serve solo se aiuta a "cambiare il mondo" secondo la prospettiva marxista.

Il riferimento è allora all’Università di Berlino e a quella di Parigi-Nanterre. L'opposizione coraggiosa di Gubert al riguardo è allora su obiettivi e metodo.  Riandando con la memoria a quegli anni, in epoca di celebrazioni, Gubert ricorda che i compagni di facoltà più introdotti nella mentalità rivoluzionaria, erano a loro modo degli idealisti, che certo non limitavano le loro aspirazioni ad avere un lavoro ben retribuito, a comprarsi l'automobile e a farsi una famiglia, come la maggior parte dei giovani degli anni '60. Rostagno era, si diceva, un funzionario del PSIUP che aveva come mestiere l’agitazione politica. Curcio era uno studente che doveva guadagnarsi da vivere (fu segretario dell’allora vicesindaco socialista di Trento, Lorenzi), Boato era uno studente impegnato e capace, di famiglia borghese ma certo non ricco, Sorbi aveva alle spalle una famiglia borghese più ricca, forse il più idealista, legato ad esperienze del cattolicesimo fiorentino del dissenso. Tutti volevano essere “protagonisti” di un cambiamento che sembrava a portata di mano e per far questo erano disposti a sacrificare la regolarità degli studi, ma non troppo. Rostagno e suoi amici, per poter superare un esame scritto di matematica, che non avevano studiato, organizzarono un black-out della corrente elettrica, in modo da poter farsi dare al buio le soluzioni agli esercizi da altri, esterni. I professori, per non essere contestati, dovevano promuovere tutti con voto di gruppo, dopo un’assemblea, a volte assai affollata.

Era richiesto il “voto politico”, che non poteva che essere un voto uguale a tutti e un voto alto, trenta su trenta o poco meno. Più avanti nel tempo non occorreva neppure più partecipare all’assemblea d’esame, bastava consegnare il libretto. I più attivi in occupazioni e battaglie ideali erano mossi da forti convinzioni ideologiche, ma nel contempo molti erano opportunisti, esigendo certificazioni di qualità per ottenere un titolo di studio senza aver studiato. Per non pochi di loro, poi, la famiglia era un’istituzione borghese e oppressiva da abbattere, in nome del libero amore, che veniva non solo teorizzato, am, quando possibile, realizzato. Freud era il riferimento e Curcio l’uomo che più di altri voleva raccordare Marx e Freud. L’esperienza delle “comuni” rappresentava un’alternativa alla famiglia. Non è facile oggi sceverare nei comportamenti di allora opportunismi sessuali e visione ideologica.  

All’inizio la componente più ideologizzata era quella di formazione marxista, di sinistra. L’altra grande componente, quella cattolica, era più ispirata da un’interpretazione particolare del Concilio, del quale si trascuravano alcuni documenti per accentuarne parti di altri, in nome di un presunto “dissenso” cattolico, immancabilmente “profetico”. Dopo poco anche questa componente fece propria l’ideologia marxista, distinguendo tra l' impostazione filosofica atea (rifiutata) e sua l' analisi sociale, ritenuta sacrosanta e accettabile. Fu questo che spinse anche la componente cattolica ad accettare l’uso della violenza per produrre il cambiamento. Marco Boato oggi nega tale legittimazione della violenza, ma Gubert ricorda con precisione che fu tale legittimazione che lo divise profondamente da Boato, Sorbi e dagli altri cattolici che li seguivano. Del resto l’idealizzazione di Camillo Torres, di Che Guevara, guerriglieri, ne era la logica conseguenza, così come la successiva fondazione di Lotta Continua. Gubert ricorda inoltre come la rivoluzione, da realizzare nell’autunno del 1969 con la saldatura fra movimento studentesco e movimento operaio, impegnato in molti rinnovi contrattuali, fosse un obiettivo concreto. E non si pensava certo a una “rivoluzione delle rose”.   La carica ideologica era tale da mobilitare molti; vi erano certo componenti idealiste, di tipo utopico, ma vi erano anche pratiche opportuniste. Alla fine, nel corso degli anni ’70, ha vinto il realismo e l’opportunismo, salvo che per Curcio e coloro che si sono dati alla lotta armata (Brigate Rosse e consimili), coerenti con la loro ideologia, nel 1968 e  per alcuni anni successivi comune a molti dei protagonisti delle agitazioni studentesche.

Più che contestare l’idealismo ai protagonisti del ’68, già allora Gubert contestava loro un eccesso di ideologismo, misto ad utopismo in campo politico e sociale, unito ad opportunismo nel campo degli studi, che ha prodotto effetti assai negativi su loro, su chi vi ha creduto e su chi ha poi subito gli effetti della  impreparazione professionale della stragrande maggioranza di loro, in primis le giovani generazioni che li hanno avuti come docenti (probabilmente il principale sbocco occupazionale dei contestatori di secondo piano, dei gregari).  Quanto alla effettiva partecipazione della massa degli studenti all'ideologia del leaders contestatori, si ricorda come le decisioni di occupare erano prese in assemblea aperta a tutti gli studenti, ma non prima di quando vi era la certezza che gli oppositori all’occupazione fossero minoranza. Per trasformarsi in maggioranza i fautori delle occupazioni solevano prolungare le assemblee fino a ora tarda, con interventi lunghissimi, quelli di Marco Boato anche di ore. Gli studenti che si opponevano alle agitazioni, constatato che non si sarebbe votato finché la maggior parte di loro non se ne fosse andata, scoraggiati, in gran parte se ne andavano dopo qualche ora. Erano moderati, per lo più trentini, oppure pendolari. Restavano gli oppositori irriducibili, quelli che stavano nei collegi o negli appartamenti universitari, e così a maggioranza l’assemblea votava per occupare. Una volta decisa l’occupazione, le assemblee e le decisioni erano riservate agli occupanti. Ben strana democrazia!  Una volta Gubert ricorda di essere entrato nella Facoltà occupata per assistere a un incontro, se non ricorda male con la Castellina del Manifesto.

Non gli fu consentito. Alcuni lo presero di peso e lo portarono fuori dall’edificio di via Verdi. Ma anche tra i favorevoli all’occupazione, dopo la decisione di occupare si verificavano cedimenti. Un po’ alla  volta i non irriducibili se ne tornavano a casa e ad occupare erano sempre meno, alla fine poche persone. In verità l’occupazione “rivoluzionaria” del 1968 era ormai ridotta a quasi nulla. Fu allora che, per riaccendere gli animi, Paolo Sorbi contestò il quaresimalista in Duomo. Fu una provocazione organizzata da un gruppetto che intendeva riaccendere i fuochi; gente che mai andava in chiesa si presentava al quaresimale in Duomo, qualche banco tutti di loro, e all’inizio del quaresimale se ne uscivano compatti anche nei giorni successivi alla contestazione di Sorbi. Il quaresimalista non era certo un “progressista”, ma la contestazione era chiaramente strumentale. L’eco nazionale del fatto richiamò occupanti e l’occupazione continuò.   Poiché essa si protraeva da mesi, assieme ad alcuni “dissenzienti”, tra i quali Di Bernardo, Ambrosi, Monti, Civelli, Gubert e altri studenti chiesero alle autorità accademiche, in particolare al Presidente dell’Istituto Universitario, Bruno Kessler, di garantire il diritto di ciascuno a poter frequentare le lezioni e poter poi sostenere gli esami.

Tra l’altro non solo lo stesso Gubert poteva studiare solo grazie al pre-salario, ma per ottenerlo occorreva essere in regola con gli studi (cioè aver superato tutti gli esami degli anni precedenti e nella sessione estiva circa la metà di quelli dell’anno in corso) e aver ottenuto un voto medio superiore di un ventesimo al voto medio di tutti gli studenti. Non poter sostenere gli esami perché non si erano tenute abbastanza ore di corso avrebbe avuto come conseguenza la perdita del pre-salario e quindi l’interruzione degli studi, cosa tutt’altro che trascurabile per chi veniva da una famiglia numerosa e povera, ossia proletaria. Ebbene, Kessler disse che non poteva intervenire contro la maggioranza degli studenti, che in verità maggioranza non erano affatto. No, in verità il movimento contestatore degli studenti non fu capace di ottenere la maggioranza dei consensi. Fu un’opera di una minoranza attiva. Gli altri erano chiamati “palude”, insignificanti. La democrazia del “un uomo un voto” era considerata borghese, formale. Contava la democrazia “sostanziale”, vale a dire di chi aveva ragione, di chi aveva capito, di chi si iscriveva alle forze del cambiamento, alle forze rivoluzionarie. Del resto non a caso veniva giustificato il ricorso alla violenza.  

In tutta questa vicenda non si può dimenticare il ruolo dell’arcivescovo di Trento, Alessandro Gottardi. Da giovane di Azione cattolica e di GS, da membro del Movimento Oasi, poi da Presidente diocesano della FUCI-AUCT e da insegnante alle scuole medie del Seminario Minore il rapporto di Gubert con il “vescovo” Gottardi era di rispetto e di ossequio. Neppur oggi, a distanza di quarant’anni circa, si sente per questo di esprimere un giudizio sul suo ruolo, non disponendo delle informazioni che lui aveva. E' un fatto, però, che durante l’occupazione del ‘68 furono i seminaristi del Seminario Maggiore, chierici, a portare vettovaglie agli occupanti, ma non risulta che vi fosse stato pubblico rimprovero. Vi fu invece quando alcuni lasciarono la talare. Il settimanale “Vita Trentina”, diretto da don Vittorio Cristalli, non fu certo in grado di alimentare una seria valutazione critica del movimento del ’68 e quando, successivamente, nel corso del Sinodo Diocesano, Gubert lamentò la distanza fra il settimanale diocesano diretto da Cristelli e il comune sentire della comunità cristiana diocesana, fu pubblicamente rimproverato dal vescovo Gottardi. Fra i redattori di “Dopoconcilio”, la rivistina che alimentava il dissenso cattolico a Trento, vi erano persone in ottimo rapporto di amicizia con il vescovo, e non solo Boato. Quando don Piergiorgio Rauzi, responsabile diocesano di GS, trasformò GS, allora la presenza ufficiale diocesana fra gli studenti medi superiori, in un movimento contestatore della Chiesa, non fu privato del suo ruolo, se non dopo qualche anno. Esperienze di dissenso di alcuni preti diocesani non videro posizioni critiche del vescovo. Quando l’anno di esperienza pastorale fuori Seminario dei chierici di Teologia portò ampi abbandoni sostenuti da dissenso ecclesiale, non vi fu una riconsiderazione del percorso formativo e si giunse a svuotare il Seminario assai più di altre diocesi del Nord. 

Quando un prete intellettuale, Michelangelo Pelaez, Direttore della rivista Studi Cattolici, fu incaricato di seguire la pastorale universitaria, fu aspramente e pubblicamente criticato da Marco Boato in quanto esponente di un movimento reazionario come l’Opus Dei, complice del franchismo. Pelaez trovava solo Gubert a pranzare con lui in mensa. Si seppe che fu chiesto al vescovo Gottardi di allontanare padre Michelangelo Pelaez e il vescovo Gottardi lo fece. Si tratta di alcuni episodi che ricordo. Da essi, ripeto, non traggo giudizi. Certamente ci sarebbe voluto un vescovo più deciso a contenere le contestazioni non motivate che da ideologie di ispirazione marxista, quelle che condussero ai Cristiani per il Socialismo anziché ai socialisti per il Cristianesimo. Gubert chiude la chiacchierata rievocando un episodio gustoso di quegli anni. Era a cena con Rostagno e i suoi, a Villa Tambosi, alla mensa, subito dopo un intervento della Polizia per sgomberare i non molti occupanti della Facoltà di Sociologia. Gubert si fermò davanti al tavolo di Rostagno, che pranzava attorniato dai suoi. Era curioso di capire le loro reazioni. Rostagno, in segno di disprezzo, conoscendo la mia soddisfazione per l’operato della Polizia, mi gettava ripetutamente in faccia, una a una le bucce d’un’arancia che si apprestava a mangiare. Indignato dei gesti, Gubert prese un’insalatiera che conteneva poca insalata e molto olio, aceto e acqua e gettò il contenuto in faccia a Rostagno.

La sua barba era ben condita, tutto il viso grondava condimento. I suoi balzarono addosso a Gubert per pestarlo. Rostagno li fermò, dicendo di lasciarlo stare: il suo gesto di reazione dimostrava che era un vero proletario. L’episodio dimostra che non vi fu mai, a Trento, almeno in quegli anni, vera cattiveria fra studenti, anche se di opinioni opposte. E dimostra anche la profondità delle convinzioni ideologiche: un proletario doveva ribellarsi e chi si ribellava era un vero proletario. Più tardi, poco prima che le Brigate Rosse fossero fondate, fu più chiara l’esistenza di manovratori, con rapporti anche esterni all’Università. Esisteva un’area di studenti al confine fra estrema sinistra e movimento anarchico che si distinguevano per la loro durezza, per la loro disponibilità anche ad usare la forza. Uno di loro, Italo Saugo, incuteva timore non solo per la sua mole, ma anche per i suoi pochi scrupoli ad usare violenza. Gubert ricorda anche altri compagni: Vanni Mulinarsi, con il quale assieme ad Ernesto Rigoni, si trovava spesso a mangiare insieme in mensa. Un non violento, ideologicamente uomo di confine fra sinistra, anarchia e destra. Sparito e poi ritrovato a Parigi con accuse di associazione a scopo di terrorismo.

Ci fu una sensazione di interventi esterni diversi da quelli più facilmente interpretabili di un Rostagno militante del PSIUP e, a quello che si diceva, funzionario pagato dallo stesso partito. Fu la fine oscura del movimento del ’68, giunto anche ad atti di terrorismo. Ma avvenne per lo più non a Trento. Nel 1969 alcuni studenti di Sociologia si trasferirono a Milano: là erano le contraddizioni del sistema capitalistico che avrebbero fatto esplodere la rivoluzione. E là trovarono compagni. Un epilogo che interessò i più coerenti. La maggior parte si riconvertì al sistema capitalista, magari con accentuazioni di sinistra, e i capi hanno avuto e hanno posizioni professionali ben retribuite.  

Per concludere, Trento divenne famosa per il suo ’68 e per le sue contestazioni anche successive, ma il prezzo della fama fu la distruzione della funzione di Sociologia di preparare a un lavoro, complice diretto Francesco Alberoni, il Direttore giunto nel 1968, scelto da Bruno Kessler. Si formarono mentalità critiche, un risultato non certo inutile, ma critiche a senso unico e quindi non veramente critiche secondo valori e ragione. Ci vollero anni a recuperare, grazie a Baglioni, Paolo Prodi e i successivi Presidi e Rettori. Ma nel frattempo molti hanno pagato. Per Gubert, che diverrà poi professore a Sociologia, quel poco di capacità critica in più che il Movimento studentesco aveva sollecitato, forse più ideologizzazione che vera capacità critica, si poteva fare in miglior modo, con minori costi, con minori tragedie che hanno poi travolto alcuni protagonisti e non solo.

 
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