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E' esistito in Italia il far west della provetta? Quali sono i rischi della PMA?
Di Francesco Agnoli - 09/09/2006 - Fecondazione artificiale - 2288 visite - 0 commenti

E' opportuno iniziare questo studio sulla bioetica in generale partendo dalla discussione attualmente più calda e partecipata: quella sulla fecondazione in vitro (Fiv), detta anche fecondazione extracorporea. o procreazione medicalmente assistita 

Lo farò anzitutto in una prospettiva storica, facilmente accostabile da tutti, ed in particolare servendomi di un'opera di impostazione completamente antitetica rispetto alla mia, e cioè “La fecondazione proibita” di Chiara Valentini, giornalista de "L'Espresso" (Feltrinelli, 2004). La Valentini si propone di raccontare la storia della fecondazione in vitro in Italia, ma anche, e soprattutto, di far “capire le ferite imposte da una legge giudicata da molti la peggiore d’Europa”, ovvero la legge 40 sulla fecondazione assistita, contro la quale si è mossa la macchina referendaria di buona parte della sinistra, oltre a quella radicale. Succede, però, che a volte le intenzioni vengano sopraffatte dalla realtà. E la Valentini, giornalista di lungo corso, raccontando la realtà della procreazione assistita, finisce paradossalmente per dar ragione a chi la legge 40 la sostiene, se non, addirittura, a chi la ritiene eccessivamente permissiva. Vediamo come. Il suo testo si presenta come una storia degli esperimenti, delle prove, degli smacchi e dei successi di medici e intrallazzoni di tutta Italia, oltre che di altri paesi dell'Occidente. Paradossalmente, infatti, la critica alla legge 40 è relegata nello spazio di poche, acide pagine, e questo permette al lettore di capire da un punto di vista storico, e quindi oggettivo, cosa sia veramente successo (mi permetterò, qua e là, qualche aggiunta).

Nel 1978 nasce in Inghilterra la prima bambina fecondata in vitro, Louise Brown. In quello stesso anno un intellettuale comunista convertito, André Frossard scrive: "Il giorno, e vi dico che non tarderà, in cui i vostri biologi avranno trovato il modo di cambiare la natura umana agendo sulle cellule iniziali, essi se ne serviranno, statene certi, anche se dovessero in un primo momento popolare la terra di fenomeni da baraccone". Effettivamente da quella bambina in poi avviene qualcosa di nuovo, qualcosa che prima era assolutamente inimmaginabile. Medici intraprendenti, biologi specializzati nella fecondazione in vitro di vacche e conigli, come il francese Testart, dottori esperti in aborti come Patrick Steptoe, un "socialista accanitamente ateo" come il biologo Robert Edwards, e tanti altri, si dedicano a scoprire modalità di ogni tipo per rendere possibile la fecondazione umana extracorporea. Tutto avviene nel segreto delle cliniche, di solito private, e viene alla luce soltanto nei casi più clamorosi.

In Italia si distinguono i dottori Daniele Petrucci, Ettore Cittadini e Vincenzo Abate. Quest’ultimi due si contendono a colpi di stampa il primato del primo bambino realizzato in provetta: Abate, che poi rinnegherà il suo passato per scrupoli morali, rivendica a suo merito la nascita di Alessandra Abbisogno, nella clinica Posillipo di Napoli, mentre Cittadini fa venire al mondo, nel 1984, a Palermo, Eleonora Zaccheddu. A questa generazione di medici pionieri si aggiungono col tempo alcuni ginecologi destinati a grande fortuna, spesso specializzatisi all'estero, in particolare Carlo Flamigni e Luca Gianaroli, oggi entrambi attivi a Bologna, città che la Valentini definisce "il triangolo d’oro" della fecondazione in vitro (Fiv) in Italia. "Triangolo d’oro" fa venire alla mente il traffico di schiavi degli inglesi e dei portoghesi nel Seicento-Settecento, o il triangolo dell’oppio tra Inghilterra, India e Cina nell’Ottocento.

Non di questo si tratta, ma comunque, di certo, di un giro enorme d’affari. E’ infatti evidente che, dopo i primi "successi" della Fiv, la voce si sparge, e le coppie sterili, sempre di più, cercano un conforto alla loro tristezza e un aiuto da chi promette di darglielo. Sono disposte, evidentemente, a mantenere riservatezza su ciò che viene loro chiesto, e a pagare profumatamente, se necessario ipotecando la casa o vendendo dei beni. Sono disposte a tacere riguardo a ciò che viene loro fatto, sia nel campo delle sperimentazione di nuove tecniche, sia sotto ogni altro aspetto: "il corpo di quelle donne veniva usato come una cosa inanimata e senza volontà, come se la situazione di medico che può far partorire un figlio gli desse un diritto speciale" (p.107).

Nascono dovunque laboratori improvvisati, perché, a differenza che per qualsiasi altra specialità medica, non è richiesto alcun permesso nè alcuna specializzazione: un dentista di Firenze la sera, deposto il trapano, trasforma il suo studio in un centro di Fiv; altri dottori, poco attrezzati e poco esperti, improvvisano improbabili tecniche o si limitano a spillare quattrini, senza alcun risultato. Sorgono addirittura "finanziarie collegate a studi medici pronte ad erogare prestiti ad aspiranti genitori": un "businesss per decine di miliardi e senza regole" ("Panorama", 11/12/1997). "Chi operava nel privato - scrive la Valentini - non aveva regole specifiche da rispettare…Non c'era alcun obbligo di far verificare la scientificità e la sicurezza dei propri metodi agli ispettori del ministero. Non c'erano limiti alle tariffe e non esisteva neanche un registro nazionale dei centri con iscrizione obbligatoria, come in molti altri paesi" (p.100).

Le tecniche infatti sono ancora molto sperimentali e molto costose: basti pensare che oggi un ciclo di Fiv può costare anche diecimila euro, esclusi annessi e connessi (solitamente viene ripetuto più e più volte), e che una donazione di ovociti arriva a ottomila euro. Si sa di coppie, in America, che spendono tuttora sino a trecentomila dollari per realizzare il sogno di un bambino tutto loro: del resto si tratta di un sacrificio che, dal punto di vista umano, è perfettamente "comprensibile" (“la Repubblica delle donne”, 16/10/2004). Il fatto triste è che in queste cliniche private e non, a cui lo Stato italiano non porrà alcun limite fino al 2004, succede un po’ di tutto: siamo nella fase iniziale, e occorre sperimentare, come per ogni procedimento scientifico.

Di quello che è successo, in realtà, sappiamo ben poco, perché tutto è rimasto a lungo nell’ombra. Per questo si è parlato per anni di “far west della provetta”, di sperimentazione selvaggia sul corpo delle donne e sulla speranza delle coppie. Ne parlavano, già negli anni Ottanta, non solo i cattolici, ma anche alcuni movimenti di sinistra, specie femministe e ambientalisti. Lo ricorda la Valentini, accennando qua e là ad alcuni nomi di personalità della sinistra italiana che dimostravano in quegli anni una certa preoccupazione per un fenomeno così grave e così assolutamente deregolamentato: il verde Alex Langer, Nilde Jotti, Livia Turco, la sociologa Franca Pizzini e la psicoanalista Marisa Fiumanò. Soprattutto in ambienti ecologisti e femministi ci si poneva il problema molto chiaramente: cosa è questa fecondazione in vitro? Che effetti ha sulla donna la tempesta di ormoni destinata a favorire l’iperstimolazione ovarica, preliminare ad ogni fiv? Come nasceranno gli eventuali bambini? Saranno sani o no? C’è il rischio di pratiche eugenetiche? E gli embrioni?

Del resto è ovvio chiederselo: siamo veramente in grado di controllare la vita?

Oggi, nell’anno 2004, in seguito all’emanazione di una legge che regolamenta qualche eccesso, quasi tutta la sinistra, in alleanza con i radicali e con le cliniche private nelle quali si pratica la Fiv, afferma che il far west non è mai esistito, e che l’assenza di qualunque controllo è meglio di qualunque divieto.

Lo scrive il professor Flamigni: "Non c’è mai stato nessun far west" ("Io donna", settembre 2004). Eppure la Valentini ci offre un ventaglio di storie da vero far west, raccapriccianti. In un capitolo intitolato "Benvenuti al circo Barnum" descrive le prodezze del ginecologo romano Severino Antinori, famoso anche perchè portava al punto giusto gli spermatozoi immaturi nei testicoli dei topi. L'Antinori ha reso possibile, negli anni, la gravidanza di "decine di donne over sessanta", la più famosa delle quali è senz'altro Rosanna Della Corte, di anni 63. Questa donna "si sarebbe presentata nello studio romano di Antinori tenendo tra le mani un piccolo contenitore di azoto liquido" contenente lo sperma del marito, morto dieci anni prima (p.80). Sempre Antinori ha fatto partorire due gemelli ad una "imprenditrice inglese miliardaria di 59 anni", ed ha fatto sì che una ragazza siciliana, Manuela, portasse "in grembo l’embrione frutto degli ovociti della madre e degli spermatozoi del patrigno" (p.85). E' successo anche il contrario: una mamma napoletana, Regina Bianchi, "aveva accettato di portare la gravidanza al posto della figlia", ma aveva perso il bambino. In più occasioni, in questi anni di sperimentazione selvaggia, venivano concepiti con Fiv, non unici, ma in serie, quasi prodotti artificiali, spesso per l’impianto di troppi embrioni, 5, 6, addirittura 8 gemelli: con conseguenze gravi sulle mamme, con uteri che arrivavano a pesare 16 chili, mentre i bimbi in gran parte morivano, o nascevano prematuri, sottopeso, con gravi menomazioni fisiche e mentali (otto gemelli: a Napoli nel 1979, a Palermo nel 1989, a Trapani nel 2000…). Perché tanti gemelli? Anche perché non vi era alcun limite rispetto agli embrioni da impiantare. Sempre la Valentini ci racconta il caso di una donna di Reggio Emilia a cui vennero impiantati dal professor La Sala ben dieci embrioni. Ne nacquero "quattro minuscole creature, che pesavano meno di otto etti". Due morirono quasi subito, gli altri erano fragilissimi, e ci vollero "sei mesi di incubatrice e di cure intensive" per salvarli(p.105).

Il problema dei troppi embrioni che i medici impiantavano, per maggior "efficienza", viene affrontato dalla Valentini anche a pagina 140 e 141, con una malizia che è stata spesso utilizzata in questi mesi da parte del fronte referendario. Si legge infatti a pagina 140 che una donna di 38 anni, dopo l'entrata in vigore della legge 40, è rimasta incinta di ben tre gemelli "a causa dell'obbligo di impiantare comunque tre embrioni": la colpa sarebbe dunque della legge, che impone l'impianto di troppi embrioni (ma prima non se ne impiantavano anche dieci?). A pagina 141 si parla invece di un'altra donna, le cui speranze di avere un figlio sarebbero pochissime causa l' "obbligo di impiantare massimo tre embrioni": la colpa sarebbe dunque ancora della legge, questa volta perché permette l'impianto di troppo pochi embrioni! La verità è che la Legge 40 prescrive di impiantare un numero di embrioni "comunque non superiore a tre", e quindi anche inferiore, anche perché non si verifichino più casi come quelli degli otto gemelli citati.

Un altro fenomeno orribile di cui la Valentini dà conto è quello degli uteri in affitto. La Fiv senza regole infatti crea una sorta di nuovo lavoro: affittare il proprio utero per realizzare il desiderio di maternità di una coppia. In tutta Europa e in America nascono agenzie specializzate. Fabrizio Del Noce, nel suo "Non uccidere" (Mondadori), racconta che nel 1995 in Usa un utero in affitto veniva a costare circa 41.000 dollari; 16.000 all’agenzia, 10.000 alla prestatrice d’utero, 15.000 per le spese mediche e l’assistenza legale. Perché l’assistenza legale? Perché l’utero in affitto porta con sé dei gravi problemi. Ne parla la Valentini da pagina 86 a pagina 94. Succede, per esempio, che la gestante si affezioni al bambino portato in grembo, e che alla fine decida di non "consegnarlo"; o che faccia pesare la sua presenza anche dopo il parto, ritagliandosi a forza uno spazio nell’affetto del bimbo e nella famiglia. Oppure approfitta per alzare il prezzo, man mano che l’ora del parto si avvicina. Si registrano anche casi di gestanti che decidono in corso d’opera che non ne vale la pena, e abortiscono; che sono malate di aids, e contagiano il nascituro; che gestiscono la gravidanza senza alcuna precauzione, danneggiando il futuro neonato. Succede, ancora, che la coppia committente, nell’arco dei nove mesi, si separa, e nessuno allora vuole più il bambino; o che alla fine del parto nessuno riconosce il neonato come suo. In Italia c’è un caso divenuto celebre: quello di un ricco pasticcere di Seregno, che affitta l’utero di una donna algerina. Costei ne approfitta e alza di continuo il prezzo: chiede 40 milioni, poi una paninoteca in gestione, poi una macchina sportiva. Alla fine il pasticcere si secca e la allontana. Ma la moglie, disperata per tutta questa vicenda, si spara in testa: non muore, ma rimane cieca. Quando il bambino nasce, e visto che in Italia il figlio è (e continua a essere) di chi lo partorisce, riconoscono, accanto alla madre algerina, la paternità del pasticcere, ma permettono a sua moglie di adottare il bambino, se colei che ha partorito è d’accordo.

In vari punti la Valentini parla della fecondazione eterologa, dichiarandosi ovviamente a favore. Ciò non le impedisce di raccontare che in molti paesi in cui l'eterologa è permessa vi sono dei registri col nome dei "donatori", affinchè il futuro bambino o bambina possa un giorno conoscere la sua origine genetica, per evitargli gravi danni psicologici. I genitori che non dicono subito ai figli che sono stati generati con gameti altrui, sostiene la Valentini, "danneggiano i figli", come dimostrano quattro casi da lei riportati: Heidi, nata da donatore, "ha gravi problemi psichici"; Peter racconta di aver finalmente capito perché il padre lo aveva sempre rifiutato solo dopo essere venuto a conoscenza del fatto che non era suo padre genetico; Robert, venuto a sapere per caso di essere nato da donatore, afferma: "E' come essere stato investito da un treno"; Susannh, invece, spiega: "appena sarò più grande cercherò di sapere chi è l'uomo che ha dato alla mamma il seme che mi ha fatto nascere. E' duro crescere senza sapere niente di metà del proprio patrimonio genetico". In Australia, scrive ancora la Valentini, in un "documentario andato in onda nel 2000 viene seguito passo dopo passo il viaggio di una ragazza di 17 anni alla ricerca del donatore che le aveva dato la vita" (p.168.169). Non si capisce, dopo questi esempi, dove stia la positività dell'eterologa (anche l'ovodonazione tra parenti viene definita "un disastro" a p.77).

Tanto più che essa richiede la crioconservazione (con il conseguente degrado biologico) e l'esistenza di banche del seme e degli embrioni: ne nascono alcune in questi anni di far west in Italia, tra cui quella di Roma, fondata da Emanuele Lauricella. Esse effettuano di solito la vendita di sperma e ovociti per corrispondenza, senza alcun controllo sanitario. C'è addirittura "un vero e proprio mercato di ovociti rubati e anche molti embrioni cambiavano proprietario" (p.102). Abbondano i "donatori", come li chiamano con un eufemismo i medici che fanno la Fiv (espertissimi nella neolingua orwelliana): si tratta di uomini e donne che vendono il seme o gli ovuli, di continuo, anche una volta al mese, spargendo a destra e a manca figli, che magari un giorno potrebbero anche incontrarsi senza saperlo. La Valentini nel suo libro ne intervista due, un maschio e una femmina: l’uomo è un tipo "colto, di sinistra", che vende il suo seme per 100.000 lire una volta al mese, affermando di provare un "generico senso di potenza". La donna è un’aspirante attrice, che mette insieme qualche soldo "donando" (ma in realtà vendendo) ovuli (pratica comunque pericolosa per la sua salute): anche lei provava, scrive la Valentini, "una specie di sensazione di potenza" all’idea di quanti bambini aveva fatto nascere nel suo quartiere.

La cosa incredibile è che alla fine gli autori di queste nefandezze, intendo soprattutto i medici, non hanno mai pagato. Sempre la Valentini sostiene che delle cinquanta donne da lei intervistate "quasi la metà ha riferito di episodi di malasanità in genere": molestie sessuali, impianto di embrioni altrui, eterologhe fatte senza permesso della coppia, stimolazioni ovariche eccessive, impianto di troppi embrioni, dosaggio sbagliato dei farmaci, aborti procurati per errori medici (p.101-102-103)… Eppure quasi nessuna coppia si arrischiava a denunciare i medici responsabili. Anche se lo avesse fatto, in assenza di legge, non sarebbe successo nulla. E’ emblematico a riguardo il caso del dottor Giovanni Mencaglia (p.108): costui "si era inventato la vendita dello sperma per corrispondenza". Nei suoi affari aveva venduto a vari centri di fecondazione artificiale un migliaio di dosi di seme di un solo donatore, affetto per di più da epatite C. Scoperto dalla polizia nel 1997, indagato per tentata epidemia, non aveva subito alcuna conseguenza ed era potuto tornare tranquillamente ai suoi esperimenti di fecondazione artificiale.

L'ultimo aneddoto istruttivo che citerò è quello di Brigitte Fanny Cohen, specialista di medicina del canale tv France 2, sottopostasi inutilmente a iperstimolazione ovarica per avere un figlio con Fiv. La Valentini racconta che durante una conferenza stampa la Cohen spinge un medico ad ammettere il rischio tumore connesso a tale pratica. Poi gli chiede: "Perché non avvertite le pazienti?". E il medico: "Se lo dicessimo nessuna farebbe più la fecondazione artificiale" (p.95).

Infine, riguardo a tutta la problematica sulla sanità o meno dei bimbi nati da Fiv, la Valentini non ritiene opportuno parlare. Sfaterebbe il mito scientista, così ben costruito dalla stampa, a dispetto della realtà. Con la leggerezza di un uccello in volo si limita a scrivere, a pagina 160, che i trigemini, l'8% dei nati da Fiv, corrono vari rischi di "disagi fisici o mentali". Inoltre "si può ipotizzare che alcune tecniche danneggino la buona salute e la crescita regolare del bambino". Riguardo all'Icsi, conclude, "alcuni studiosi parlavano di lievi ritardi mentali nel primo anno di vita. Altri sostenevano che poteva provocare anomalie dei cromosomi sessuali"… ma non paiono problemi degni di approfondimento!

Eppure vi sono decine e decine di studi, non necessariamente contrari alla Fiv, che sottolineano le controindicazioni insite in queste nuove tecniche scientifiche.

Nel suo "Procreazione medicalmente assistita" (Armando editore, Roma, 2004), ad esempio, Manuela Ceccotti riporta uno schemino tratto da alcune indagini italiane ad opera di Eurispes (1990), Flamigni (1998), Sismer (1998), in cui risulta che in seguito a Fiv gli aborti vanno addirittura dal 18 al 30%; le prematurità dal 9 al 18%; i parti gemmellari, che sono sempre classificabili come complicazioni serie, dal 20 al 35 %; i parti trigemini, che sappiamo associati a rischio morte per la madre e a deficit fisici e/o mentali per i bimbi, dallo 0.5 al 6 %; la mortalità perinatale dal 13 al 17%; il basso peso alla nascita, con evidenti conseguenze sulla salute, dal 5 al 10%

Si tratta per chiunque abbia un minimo di onestà di un bilancio angosciante, testimoniato da personalità e centri favorevoli alla Fiv, del resto perfettamente in accordo con quanto scriveva il già citato dottor Cittadini, pioniere della Fiv in Italia, nel suo "Il tempo del sogno", Sellerio. A pagina 31 ad esempio affermava: "Nel 1982 abbiamo trattato con Fivet 18 donne, avendone due gravidanze, entrambe esitate in aborto. Nel 1983 su 51 tentativi abbiamo avuto quattro gravidanze, delle quali due sono oggi presso il termine e due sono esitate in aborti…".

Ma torniamo al libro della Ceccotti. A pagina 111 si dice: "La mortalità materna è tre volte superiore nelle gravidanze multiple rispetto alle gravidanze singole, prevalentemente come conseguenza del maggior rischio di preeclampsia e di emorragia al parto (Nicolini e Hall). Per quanto riguarda i feti/neonati, molti sono i problemi derivati dalla prematurità. L'epoca gestazionale media per il parto è pari in media a 37 settimane per gravidanze bigemellari e 33.5 per trigemellari. La percentuale di nati di peso inferiore ai 1500g è del 10% per gemelli, 25% per trigemelli e maggiore del 50% per nati da gravidanze con quattro o più gemelli. Come conseguenza la mortalità perinatale è 4-5 volte superiore nelle gravidanze bigemellari e 9 volte superiore nelle gravidanze trigemellari… La probabilità di morte trascorso il periodo neonatale è 3 volte superiore nei gemelli rispetto ai singoli nati e quella della mortalità infantile 5 volte più elevata. Il rischio di paralisi cerebrale è del 7% nei gemelli e del 28% nei neonati da gravidanza trigemellare. Anche quando i bambini sopravvivono sono comuni i problemi di ritardo del linguaggio e le difficoltà di apprendimento. L'impatto sulla famiglia è inoltre importante: sono comuni infatti i problemi comportamentali nei fratelli maggiori dei gemelli e la depressione è più frequente nelle madri di gemelli che in quelle di nati singoli…". La Ceccotti prosegue ricordando che "il rischio di anomalie cromosomiche è aumentato", e che "esiste comunque un eccesso di rischio pari ad un fattore di circa tre volte per alcune malformazioni: difetti del tubo neurale, occlusioni del tratto gastroenterico, onfalocele ed ipospadia".

In conclusione, dopo aver letto il libro della Valentini, nonostante le strane omissioni, non è ben chiaro perché, per sentirsi buoni e amici della scienza, occorra essere intransigenti avversari di una legge che vieta le mamme-nonne, gli uteri in affitto, le banche del seme, l'impianto di troppi embrioni, e che istituisce per la prima volta in Italia un registro nazionale dei centri di Fiv e l'obbligo del consenso informato alle coppie. Consenso che spieghi le spese cui si va incontro, i rischi della iperstimolazione ovarica e quelli per la salute degli eventuali nascituri. Del resto è la stessa giornalista a dire, ad un certo punto, che il danno più grave non è quello fatto alle coppie sterili ma quello agli operatori del settore: "La categoria che forse più esce con le ossa rotte dalle nuove norme sono i medici della fecondazione assistita" (p.135). E questo può dispiacere a lei, che a fine libro ringrazia soprattutto loro, uno per uno, da Flamigni a Gianaroli a La Sala, ma non certo a chi crede che anche la scienza, come tutto, sia vincolata alla verità, alla giustizia e al bene delle persone.

Aveva quindi ragione il già citato Frossard, allorché proponeva Ponzio Pilato come patrono di quegli scienziati che si ritengono al di là del bene e del male, che non si pongono il problema riguardo alla bontà o meno di ciò che fanno: “Non ho sentito dire – concludeva – che gli alchimisti di Los Alamos abbiano perso il sonno dopo Hiroshima e Nagasaki. E’ stato un aviatore ad entrare nei trappisti dopo aver sganciato la bomba; quelli che gliela avevano fornita non l’hanno neppure accompagnato fino alla porta del convento”.

Bisognerebbe sempre ricordarsi che sono esistiti gli psichiatri alla Lewis Yealland, che nella I guerra mondiale sperimentavano le scosse elettriche e le molle arroventate sui soldati in preda a crisi nervose; che è esistito il dottor Mengele, con la sua accolita di dottori nazionalsocialisti; che il neurochirurgo Egas Moniz vinse il premio Nobel nel 1949 per aver inventato la lobotomia, cioè perché tagliava i lombi frontali del cervello dei malati psichici trasformandoli in zombie. Bisognerebbe ricordare che in questi nostri anni il dottor Kevorkian si fa paladino dell'eutanasia per poi espiantare gli organi dei suoi assistiti; che centinaia di bambini sono stati rapiti ed espiantati, in Brasile, in Madagascar, nei paesi dell'est, da medici che lucravano sui loro organi… "Mors tua vita mea": è una filosofia troppo diffusa, per non andare coi piedi di piombo di fronte a fenomeni nuovi ed inquietanti come la Fiv.

(tratto da: Francesco Agnoli, "Voglio una vita manipolata", Ares)

 

 
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