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Il 68 cattolico: dalle messe alle masse.
Di Francesco Agnoli - 20/03/2008 - Storia del Novecento - 1737 visite - 0 commenti

Sono passati quarant’anni da quel fatidico Sessantotto che ha cambiato l’Occidente, portando a maturazione un processo innestato quasi due secoli prima. Per capire questa rivoluzione è utile ricordare alcuni fatti. In Italia nel 1967 i radicali proclamano l’ “anno anticlericale” e prospettano una grande manifestazione per il 20 settembre a Roma.

Un anno prima avevano dato vita alla Lid, la lega per l’istituzione del divorzio. Nello stesso anno era uscito in Francia “Le dossier des enfants du divorce”, Gallimard, in cui una insegnante francese, favorevole al divorzio, raccontava i drammi dei figli di divorziati, la loro difficoltà a sentirsi uguali agli altri, la loro insicurezza. “Tutto mi è stato rubato”, scriveva uno di questi; mentre un altro, parlando del padre che ha abbandonato la famiglia, affermava: “ Sì, lo odio, lo odierò per tutta la vita. Mai gli perdonerò”.

Il 1968 incomincia con l’apertura dell’anno giudiziario a Roma. Il procuratore generale Reale nota l’aumento delle domande di separazione personale tra coniugi: 12800 nel 1967 contro le 11600 del 1966. Anche per i reati vi è stato un incremento, nell’ultimo anno, del 4 %. Nella stessa occasione il dott. Guarnera mette in risalto il legame strettissimo che esiste tra l’aumento dei delitti e il dilagare della pornografia. Ricorda che nel 1967 si sono moltiplicati nella capitale i sequestri di materiale pornografico. I giovani comunisti, intanto, dichiarano la loro proposta di legalizzazione delle droghe leggere. La situazione dell’Italia cattolica è imbarazzante: da una parte i “cattolici del dissenso” continuano ad aumentare, tra il clero e tra i laici. Sono numerosi i casi di esponenti del mondo cattolico che lasciano le Acli, Azione cattolica, o altre organizzazioni, per candidarsi, con la foglia di fico dell’indipendenza, nelle liste del PCI. Nel 1961 Sabino Acquaviva aveva pubblicato un’indagine, “L’eclissi del sacro nella civiltà industriale”, in cui metteva in luce la crisi religiosa del paese. Le cause, evidentemente, non sono solo nello spirito dei tempi, ma derivano anche dalla vita della Chiesa, dalla sua contiguità, per alcuni aspetti eccessiva e troppo indulgente, con la Dc, e soprattutto dalla riduzione del cristianesimo a morale, a sociologia della pace e dell’umanesimo integrale. Secondo la Civiltà cattolica si assiste ad “un oscuramento della figura di Dio, se si vuole, una eclissi di Dio, nello sforzo entusiasta di affermare l’uomo e porre l’accento su valori umani e mondani”. “Si insiste con tanto vigore sull’uomo e sui valori positivi dell’uomo e del mondo (alcuni sono addirittura inebriati da questa ‘scoperta’!), da fare dell’uomo quasi il Valore supremo, da metterlo quasi al posto di Dio, unico Valore supremo”. Questo è tanto vero che alla riunione dei giovani aclisti del 1968, ad Assisi, il linguaggio è essenzialmente quello mondano e comunista: si parla di “educazione alla rivolta”, di “contestazione globale”, di “violenza rivoluzionaria”, in una analisi che risulta “estremamente sommaria e prigioniera dello schema marxista”, assolutamente mondana nella sua utopia di sovvertire l’ordine esistente per crearne uno assolutamente migliore e perfetto, tramite la violenza. Sintomo di questa mentalità è senza dubbio la messa celebrata per e con i giovani aclisti, con accompagnamento di musica beat, verbosità e chiacchiere in politichese. Siamo solo agli inizi di quello sperimentalismo liturgico che nasce dalla svalutazione dell’Eucaristia, dall’idea mondana della possibilità di cambiare se stessi, ma soprattutto il mondo, senza la grazia, con le sole proprie forze e l’ ideologia.

Mao e Fidel Castro possono assai più, per molti cattolici, del Salvatore del mondo. Siamo sulla strada che porterà all’eclissi del senso del sacro, alle messe celebrate in cantine, in locali qualsiasi, con ballerine, pane e salame, ed eresie profuse a bizzeffe, come denunceranno Tito Casini, in Italia, e Michel de Saint Pierre, in Francia. Non è da trascurare questo cambiamento liturgico, operante già da alcuni anni, per capire come mai molti cattolici siano stati tra i leaders del Sessantotto. Come ebbe a dire Lidia Menapace, parrocchiana, esponente Dc, assistente alla Cattolica di Milano, e poi comunista e femminista, la “fine del latinorum”, la fine della sacralità del rito, reso più orizzontale, più assembleare, più “democratico”, più “proletario”, contribuisce ad annullare la differenza tra sacro e profano, tra sacerdote, in quanto ministro di Dio, e popolo; tra l’uomo e Dio. “Assemblee” nelle università, “assemblee” e autogestioni nelle fabbriche, “assemblea del popolo” anche la messa! La cifra dei cattolici del dissenso è proprio qui: desacralizzata la religione, la fede, il rito, porteranno la ricerca della Redenzione dal piano spirituale a quello materiale, dalla fede unita alle opere, alle sole opere, dalla necessità della contemplazione, alla sola azione, generando un cattolicesimo esclusivamente mondano, politico e attivista. Il contrario della posizione ortodossa: et, et, e non aut aut; e anima e corpo; e fede e opere; e uomo e Dio; e azione e grazia….

Nel Sessantotto della Cattolica di Milano, la messa cui i giovani assistono ha perso ogni legame col rito ieratico e spirituale di un tempo, per divenire un luogo di letture, in cui alla parola di Cristo si alternano discorsi di Kennedy e canti profani, come “We shall over come some day”. E’ quasi naturale che un simile atteggiamento si trasformi presto, per molti, nello slogan “dalle messe alle masse”, e per altri, paradossalmente, nella ricerca di una spiritualità alternativa, con viaggi in India, o in Tibet, sull’onda della new age.

(Vedi Francesco Agnoli, Pucci Cipriani, Il sessantotto, Fede & Cultura)
 
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