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Il 68 e l'ecologismo antiumano.
Di Francesco Agnoli - 30/01/2008 - Storia del Novecento - 1618 visite - 0 commenti

Il Sessantotto fu, tra le altre cose, l’esplosione di idee naturaliste che si erano diffuse già a partire dall’illuminismo, con l’ uomo secondo natura, il selvaggio buono, libero sessualmente, di Diderot, e, dalla metà dell’Ottocento, con la “cultura del sole e della luce”, come venne chiamato il nudismo in Germania.

Il nudismo, scrive George Mosse, riferendosi appunto a quegli anni, “fu soltanto un aspetto del più generale movimento per la ‘riforma della vita’ che cercava di ritornare alle cosiddette forme genuine della vita e di rigenerare l’uomo e la società attraverso il vegetarianismo, il rifiuto dell’acolismo, la salubrità della natura….”. I fondatori e gli ideologi di questo movimento, collocati solitamente nella “destra politica”, sarebbero spesso ricomparsi tra le file del nazismo, così più attento agli animali e alla Madre Terra che all’uomo, da realizzare leggi all’avanguardia nella difesa degli animali. Come all’epoca di Diderot, anche nel Novecento il “ritorno alla natura”, connesso ad una visone panteista, nascondeva una avversione alla morale cattolica, all’idea “innaturale”, perché culturale, del pudore, della fedeltà, della castità.

 La natura veniva vista non come opera meravigliosa di Dio, come suo vestigio, ma come Uno-Tutto, come grande animale, di cui l’uomo sarebbe solo una parte, in nulla e per nulla diversa dalle altre. Di qui anche la credenza nella reincarnazione e in pratiche di tipo magico. Ebbene questa cultura sarebbe rispuntata, con grande vigore, proprio negli anni antecedenti al 1968, con la cosiddetta mentalità new age, o acquariana, che tanto influenzò la rivoluzione di quegli anni. “La mentalità acquariana, recita la ‘Guida internazionale dell’età dell’acquario’, fa denudare la gente, toglie al corpo nudo il puerile concetto di peccaminoso, insegna ad amare la Natura… La mentalità dell’Età dei Pesci (e cioè dell’era cristiana, ndr) è stata caratterizzata dallo sfruttamento e dall’inquinamento della natura”. L’Età dell’Acquario, inoltre, inaugura un’epoca di rivoluzione, in cui l’uomo, “con l’aiuto di esseri provenienti di molto lontano”, eliminerà il potere della Ragione, definita la “pazza di casa”, la “Grande Distruttrice”. In quest’ottica il cattolicesimo, che distinguendo tra un Dio personale e trascendente, come Logos, e la natura, dissacra quest’ultima, sarebbe la causa nefasta del progresso, del dominio dell’uomo sulla natura, della distruttiva rivoluzione scientifica.

Andrebbe dunque contrastato, anzitutto riscoprendo le credenze pagane, e tutto ciò che è “naturale”, dalla cristalloterapia, alla medicina alternativa, alla agopuntura, all’evocazione degli spiriti elementali, sino alle droghe, riconducendo così l’uomo alla sua origine unicamente terrestre. L’Oriente diviene così il paradiso perduto, il luogo dell’originaria verità smarrita, dell’armoniosa fusione dell’uomo con il Tutto. Un editore cult di quegli anni, oltre a fumetti pornografici, pedofili, omosessuali e sadomasochisti, e al dramma dell’aborto trasformato in ridanciano gioco dell’oca, “Il gioco dell’aborto”, pubblica con successo opere come “Andare in India” e “Andare in Oriente”, e cioè l’esaltazione della moda sessantottina e new age del viaggio in India, là dove il misticismo orientale si incontra con le tecniche di spersonalizzazione, i mantra e l’uso delle sostanze naturali allucinogene per “ampliare la coscienza”. Ecologia, panteismo, animalismo, riduzione dell’uomo alla sua parte materiale, sono dunque alcune delle idee del Sessantotto che hanno lasciato l’impronta nella nostra cultura odierna, sino a rendere legittime, consuete, normali, affermazioni come quella del verde Stefano Apuzzo: "il giorno in cui...l’uccisione di un animale verrà considerata alla stessa stregua dell’uccisione di un uomo è sempre più vicino” ("Stampa Alternativa"). Siamo, si badi bene, all’interno di quella cultura che afferma candidamente che "...l'aborto non è niente di più di un intervento medico ambulatoriale, come l'incisione di un foruncolo o la medicazione di una scottatura...." (“Ma l’amor mio non muore”, Arcana).

Ebbene, in questo contesto culturale particolarmente ricettivo, in cui “sorge la consapevolezza nell’uomo di non essere più importante di un albero, di un fiore, di un filo d’erba”, esce, proprio nel 1968, un testo di enorme successo, “La scimmia nuda” dello zoologo Desmond Morris. Vi si spiega, con il solito tono catastrofista-ecologista, che tra 260 anni l’umanità raggiungerà i 400 miliardi di abitanti, ma soprattutto che l’uomo è una “scimmia senza peli”, e nulla più. L’uomo, secondo Morris, avrebbe perso la pelle a causa del surriscaldamento dovuto alla fatica della caccia. Se così fosse, come nota Vittorio Marcozzi, gli animali predatori dovrebbero essere sforniti di pelliccia, e “gli uomini dovrebbero esserne più sprovvisti delle donne, perché cacciano di più”. La parola, invece, sempre secondo Morris, sarebbe il prolungamento della pulizia del pelame, e la religione la continuazione dell’atteggiamento di sottomissione degli individui più deboli verso il maschio dominante. Dopo questa amenità, Morris afferma l’utilità biologica, per l’uomo, della masturbazione, dell’ omosessualità, oltre che di spettacoli e letture sessualmente eccitanti. Loda gli anticoncezionali, perché è “improbabile che portino ad una promiscuità irregolare”, e infine afferma: “La soluzione migliore per garantire la pace nel mondo consiste nel promuovere la diffusione dei mezzi antifecondativi o dell’aborto”. L’aborto sia con voi, scimmie sudaticce, e in soprannumero: anche questo fu dunque uno dei messaggi del 68.

 
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