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Le radici del nazismo
Di Francesco Agnoli - 19/01/2008 - Storia del Novecento - 2407 visite - 0 commenti

Il cuore del pensiero nazista fu certamente il nazionalismo, alimentato altrettanto certamente, dalla durezza eccessiva usata dai vincitori della I nei confronti della Germania sconfitta.

Il popolo tedesco era stato umiliato e calpestato in nome di presunti ideali di giustizia e di pace, sbandierati poco credibilmente dalle nazioni imperialiste per eccellenza, l’Inghilterra e gli USA. quegli inglesi Il nazionalismo tedesco si manifesta come pangermanesimo, una dottrina nata già nell’Ottocento, insieme agli altri nazionalismi, e che mirava all’unione di tutte le genti germaniche in un unico stato, grande e forte.

Il pangermanesimo si scontrava così con l’ideale imperiale, sostenuto ancora dagli Asburgo d’Austria e dalla Chiesa cattolica, retaggio di quella cultura medievale che sognava una Christianitas universale, variopinta di usanze, lingue e costumi diversi, ma unificata dall’ideale religioso: lo scontro, assai duro soprattutto durante la prima, all’interno dello stesso mondo tedescofono, era tra quanti sostenevano l’esistenza di una possibile “fratellanza in Cristo” (“non esiste più né giudeo né greco” aveva scritto San Paolo) e quanti non ritenevano possibile alcun accordo e unione se non tra fratelli di sangue.

Il giovane Hitler si era dunque nutrito degli ideali pangermanici ed anti-imperiali e sognava di unire alla Germania (Anschluss) gli Austriaci della Repubblica Austriaca e i Sudeti, popolazione di lingua tedesca, unita ingiustamente al nuovo stato cecoslovacco. Rivendicava inoltre l'espansione ad EST verso la Russia e le terre slave, come creazione di un necessario "spazio vitale" per il popolo tedesco. Il nazionalismo pangermanista finisce in realtà per coincidere col razzismo: mentre il nazionalismo sostiene la superiorità di una nazione sulle altre, per lo più per motivi culturali, storici, religiosi…il razzismo, ben più estremo, sostiene invece la superiorità biologica, naturale, di una razza, quella ariana (che avrebbe la sua massima espressione nella razza germanica, nordica), rispetto alle altre, dando vita ad una vera religione del sangue (slogan: sangue e suolo, razza e sangue). Contrapposta alla razza ariana c'è, in particolare, quella semita, cui appartengono anche gli ebrei, in quanto discendenti di Sem: da qui il termine "antisemitismo" per indicare l'avversione del nazionalsocialismo nei loro confronti. Tale avversione ha radici complesse, in quanto si nutre sia di teorie razziali, materialistiche,  biologiche, che di una lunga tradizione di pensiero  cui appartneva anche in un ebreo tedesco come Marx, il quale era arrivato ad affermare: “Qual è il fondamento mondano del giudaismo? Il bisogno pratico, l’egoismo. Qual’ è il culto mondano dell’ebreo? Il traffico. Qual è il suo dio mondano? Il denaro…Mammona è il loro idolo, essi lo pregano non soltanto con le loro labbra, ma con tutte le forze del loro corpo e del loro animo.. La terra ai loro occhi non è se non una Borsa, ed essi sono convinti di non avere quaggiù altra destinazione che quella di divenire più ricchi dei loro vicini…” (K.Marx, La questione ebraica, editori Riuniti, 1974). 

  Esposti molto  brevemente alcuni capisaldi ideologici, occorre chiedersi quale fu il substrato culturale che funse da con-causa per l’affermazione del nazismo? Non bastano, infatti, a giustificare un tale fenomeno, né i motivi economici e politici già illustrati, né il semplicismo di quanti cercano di gabellare il popolo tedesco come un popolo di persone interamente in preda ad un’improvvisa follia e crudeltà collettiva. La grande differenza esistente, nonostante le semplificazioni, tra nazismo e fascismo, si spiega infatti, in buona parte, con le differenze culturali tra i due popoli, italiano e tedesco. L’Italia aveva infatti una cultura fondamentalmente cattolica, di cui anche Mussolini era imbevuto, e con cui doveva, anche suo malgrado, fare i conti.

Il popolo tedesco, invece, aveva nei suoi cromosomi, nella sua storia, nella sua cultura, il pensiero di Lutero e quello di Hegel, per citare solo due nomi molto influenti. Lutero, nativo della Sassonia, aveva contrapposto fortemente il mondo germanico a quello latino, stimolando, per opposizione alla Chiesa cattolica romana, un forte nazionalismo germanico; inoltre, col suo “Appello alla nobiltà cristiana della nazione tedesca”, aveva legato indissolubilmente potere spirituale e potere temporale, determinando la nascita di chiese di Stato, e quindi di concezioni assolutistiche del potere: Enrico VIII, proclamatosi capo della chiesa anglicana d’Inghilterra, fu il frutto di questa confusione di piani che portò alla nascita di figure dispotiche a cui si finì per riconoscere come normale, da parte della popolazione, un’infinità di diritti. L’età di Lutero è infatti quella in cui “si realizza lo Stato Assoluto...che si concepisce come comprendente in sé tutte le dimensioni dell’esistenza, anche quella religiosa” (Luigi Negri, Controstoria, San Paolo).

Non è un caso allora il fatto che "se si guarda la mappa elettorale del voto alle elezioni tedesche del 31 luglio 1932, si nota che nel Sud della Germania, prevalentemente cattolico, e nella Renania, anch'essa con alte percentuali di cattolici romani, il partito nazista in genere non superò il 19% dei voti e spesso si fermò anche prima: tanto per smitizzare il fatto che Monaco fu la culla del nazismo. È nelle altre regioni, a grande prevalenza protestante, che Hitler sfondò: se si esclude Berlino, che bocciò drasticamente il futuro cancelliere, la Prussia e il Nord della Germania diedero allo Nsdap in molti casi la maggioranza assoluta. Il risultato fu un 37 e mezzo per cento a livello nazionale che consentì al Führer di forzare la situazione e salire alla Cancelleria nel gennaio successivo" (Corriere della sera, 14/1/2008).

 

Quanto ad Hegel, non si può dimenticare che questo mostro sacro del pensiero moderno, che fu professore a Berlino e sovvenzionato esaltatore dell’assolutismo prussiano, al punto da venir accusato di aver prostituito il pensiero al potere, nei suoi scritti più politici, aveva teorizzato una dottrina dello Stato come incarnazione di Dio, dell’Assoluto, arrivando a sostenere che “tutto ciò che l’uomo è lo deve allo Stato: solo in esso egli ha la sua essenza. Ogni valore, ogni realtà spirituale, l’uomo l’ha solo per mezzo dello Stato…Solo su questo piano, cioè nello Stato, possono esistere arte e religione”, per cui, come ovvia conseguenza, la moralità consiste nel vivere secondo le leggi del proprio Stato (scritti di Filosofia della storia, La nuova Italia, 1981). Non bisogna dimenticare che il suo pensiero in proposito, oltre che su Marx, influì anche in Italia, se è vero che un suo epigono, il filosofo Giovanni Gentile, insegnò al fascismo il concetto di “Stato etico”: “per il fascista tutto è nello Stato come la realtà vera dell’individuo, e nulla di spirituale esiste e tanto meno ha valore fuori dello Stato…lo Stato è creatore del diritto”, per cui “il fascismo è una concezione religiosa”.

 Hegel, che esaltava i “popoli puramente germanici”, che soli hanno accolto la Riforma di Lutero, non fu soltanto il teorizzatore di questa visione dello Stato, bensì anche il propugnatore di un concetto di “superuomo” perfettamente concorde con la visione hitleriana. Hermann Rauschning, un nazista pentito, racconta che il dittatore amava ripetergli: “Seguo il cammino che la provvidenza mi indica con la sicurezza di un sonnambulo”. Hitler era infatti un uomo profondamente imbevuto di occultismo e di scienze esoteriche, iniziato alla setta segreta della Thule Geselschaft (vedi documenti), ed era profondamente convinto di essere l’uomo divinamente prescelto per salvare la Germania ed il mondo, dando vita a “cieli nuovi e terra nuova”. E molti, in quegli anni, ritennero che veramente fosse l’uomo inviato a risollevare le sorti disastrose della Germania, tanto che i paragoni tra lui e Gesù Cristo abbondavano nell’immaginario collettivo.

Ebbene Hegel, e dopo di lui i suoi seguaci, era solito spiegare ai suoi diligenti studentelli l’esistenza di uomini divini, “cosmico-storici” così descritti: “le nuove situazioni mondiali, le gesta che essi realizzano appaiono come loro creazioni, loro interesse e loro opera. Ma essi hanno il diritto dalla loro, perché sono i veggenti: essi sanno quale sia la verità del loro mondo e del loro tempo, quale sia il concetto, l’universale prossimo a sorgere: e altri, come si è detto, si riuniscono intorno alla loro bandiera, perché essi esprimono ciò di cui è giunta l’ora… e quel che fanno è quello che va fatto. Gli altri debbono loro obbedire, perché lo sentono…Questi individui soddisfano dapprima se medesimi: non agiscono affatto per soddisfare gli altri…ma resistere a questi individui cosmico storici è impresa vana”.

Per capire dunque perché il popolo tedesco abbia seguito il suo Fuehrer, anche nella sconfitta, sino alla fine, dobbiamo tenere conto sia di quella mentalità violenta ed ideologica sviluppatasi all’inizio del novecento ed inasprita dall’esperienza bellica, sia degli eccessi a cui i vincitori si lasciarono andare nei confronti della Germania vinta, suscitando un inevitabile sentimento patriottico che Hitler seppe coagulare intorno a sé, sia, infine, del substrato religioso e culturale su cui il nazismo potè innestarsi. Esso fu infatti figlio, anche, della mentalità protestante , della statolatria di Hegel e della sua dottrina degli uomini cosmico-storici, teorizzata a sostegno dei grandi dittatori del passato, da Cesare a Napoleone, sia infine, ma l’analisi sarebbe troppo lunga, dell’evoluzionismo darwiniano, che sbocca nel razzismo biologico, e dell’anticristianesimo di Nietzsche. 

Fine prima parte.

 

 
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