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Dimenticare la legge naturale è smarrire se stessi
Di Tommaso Scandroglio - 07/11/2007 - Filosofia - 1458 visite - 0 commenti
Amleto, nel suo celebre monologo, interrogava se stesso così: «se sia più nobile all'animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell'iniqua fortuna, o prender l'armi contro un mare di problemi e combattendo disperderli». Il giovane Principe di Danimarca percepiva nelle sue carni il dissidio interiore che è anche uno dei tormenti dell’uomo moderno: lottare o lasciarsi vincere? Vivere prendendo in pugno la propria esistenza o abbandonarsi alla corrente? Appunto: essere o non essere? La legge naturale è proprio questo: un imperioso comando che obbliga ad essere. Ad essere pienamente se stessi e rifiutare recisamente tutto ciò che contrasta con la nostra intima natura di uomini. La legge di natura inscritta nei cuori è tensione alla plenitudo essendi, alla pienezza d’essere e quindi alla felicità. E’ quel grido che scuote le coscienze addormentate: «Morire, dormire; nulla più: e con un sonno dirsi che poniamo fine al dolore e alle infinite miserie, naturale retaggio della carne, è soluzione da desiderare ardentemente». Vivere di conserva, sparare qualche colpo dalle retrovie per non esporsi al tiro incrociato delle avversità dell’esistenza oppure saltar fuori dalle barricate, esporsi per essere pienamente chi dobbiamo essere? Cedere alle piacevolezze del male o scorticarsi l’anima per fare il bene? La legge naturale, se ascoltata, ci costringe ad uscire allo scoperto. Un obbligo che non è fine a se stesso come aveva inteso Kant: devi perché devi. Un obbligo che non nasce neppure dal capriccio di Dio o chi per Lui: leggi Chiesa cattolica. No, nulla di tutto questo. Un obbligo che è invece preludio di felicità. I doveri morali sono tali perché strada necessaria per arrivare ad essere felici. Se vuoi essere te stesso dovrai agire di conseguenza. Un dovere morale che quindi paradossalmente libera. L’uomo, che i sociologi in golfino di cachemire definiscono postmoderno, non ha semplicemente perso il senso morale dei suoi atti, ma ha perso ben di più. Ha smarrito se stesso. Ed è inutile cercarlo in India. Si è addormentato, come ci ricorda Amleto. Ha rinunciato a vivere e persegue chimere. Queste sì che invece lo rendono schiavo. La legge naturale è quel fastidioso e insieme benefico richiamo a svegliarsi, a riappropriarsi di se stessi. E’ una chiave di felicità custodita nella nostra natura, in noi presente ma che ci proietta aldifuori di noi, perché solo le azioni pratiche orientate al bene costruiranno realmente la nostra persona umana. Dire che la chiave della felicità è in noi può suonare un po’ “new age”. Quasi a voler ripetere uno dei tanti slogan in voga oggi dal sapore preconfezionato: “credi in te stesso”, “trova la sorgente della luce che è in te”, “pensa positivo”, “sei energia da vivere”. Il senso è invece altro: ognuno di noi custodisce nell’intimo di sé l’immagine perfetta dell’uomo e della donna che deve diventare. Il progetto c’è già: occorre solo comprenderlo e volerlo applicare. La strada del bene e della felicità è già indicata dalla nostra natura. Una felicità che alla fine si traduce nel desiderio insopprimibile di amare e di essere amati. [tratto da T. Scandroglio, La legge naturale. Un ritratto. Edizioni Fede & Cultura, Verona, 2007]
 
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