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Non siamo panda
Di Francesco Agnoli - 08/10/2011 - Cultura e societą - 1168 visite - 0 commenti

Nel suo discorso al Parlamento tedesco Benedetto XVI ha cercato di partire da ciò che unisce, piuttosto che da ciò che divide.
E’ questo un metodo che ha sempre caratterizzato la storia della Chiesa, sin dal discorso di Paolo all’Aeropago. Cercare i punti in comune, per avere un terreno di confronto. Posso dialogare con un marxista, partendo dall’importanza dell’economia e della giustizia sociale, perché anche il cristianesimo non è spiritualismo; posso dialogare con un buddista, prendendo le mosse dalla sua visione della concupiscenza e dell’egoismo, perché anche nella fede cattolica l’io, sebbene non vada né distrutto né annientato, deve “morire a se stesso” per ritrovarsi…

L’importante, insomma, è non far leva, a priori, su ciò che divide, ma neppure assolutizzare ciò che unisce o fermarsi ad esso. Come purtroppo si è fatto spesso nel post Concilio, quando, in nome di “ciò che unisce”, si è finiti, come ha scritto il cardinal Biffi nelle sue memorie, per trasformare Cristo nella “prima e più illustre vittima del dialogo con le religioni non cristiane”.

Il papa dunque ha voluto partire da ciò che accomuna, se così si può dire, la visione cristiana della natura con l’ecologismo. Lo ha fatto in Germania, non solo perché lì il movimento verde è molto forte, ma anche perché è ben più sensibile che in Italia al problema della fiv, della diagnosi pre impianto, della clonazione umana. Un piccolo punto da cui partire, per dialogare con certo “ecologismo”, dunque, c’è. Infatti la visione biblica ha de-divinizzato la natura dei pagani, ma non la ha trasformata, come il materialismo meccanicistico, in pura “res extensa”.

Già nel Vecchio Testamento, come nota Gianluca Marletta, “il cosmo nella sua interezza partecipa della lode e del provvidenziale amore di Dio”, tanto che Egli “può essere conosciuto per analogia a partire dalla creazione, e la conoscenza della creazione nei suoi ritmi nascosti è considerata dono della sua Sapienza”. “Anche nel Nuovo Testamento, pur in un contesto antropocentrico di salvezza umana, il cosmo e la natura rientrano nelle cure e nelle attenzioni della Provvidenza divina”, al punto che nella teologia paolina “la terra viene fisicamente coinvolta nelle conseguenze del peccato di Adamo”, perché “esiste un’interazione fra Dio, uomo e mondo, in cui l’uomo è l’elemento centrale attraverso il quale tutta la realtà è destinata alla redenzione.”.

Questa concezione cristiana, dunque, può essere un punto di partenza per una discussione con certi ecologisti, nell’epoca in cui, come amava dire Erwin Chargaff, un solo uomo, nel suo laboratorio, può distruggere il mondo. Ma occorre andare oltre. Il papa ha ricordato che esiste una “ecologia dell’uomo”. Perché questo richiamo? Perché l’ecologismo è oggi sì anche una reazione al materialismo ed allo scientismo, ma è spesso una reazione assurda, scentrata, eccessiva, che sfocia nel panteismo, nella magia, nel new age.

Così l’uomo, fatto “a immagine e somiglianza di Dio”, perde la sua centralità: di qui moltissimi verdi che proteggono il panda, ma incentivano l’aborto e le altre pratiche contro la vera natura dell’uomo; di qui le dichiarazioni del presidente boliviano Evo Morales, per il quale “è più importante difendere i diritti della Madre Terra (la dea andina pre-cristiana Pachamama) che i diritti umani”; di qui, per fare un ultimo esempio, la nascita della Lega naturista nel 1975 dal partito radicale, ecologista sì, ma pure abortista, filo-eutanasia ecc…

La Germana, dunque, è una terra in cui questo pericolo esiste per certi versi meno che da noi (ci sono molti più verdi sensibili al tema della vita), e per certi versi di più (l’ecologismo è più forte e spesso ha innegabili venature pagane). Sarò il caso di ricordare le figure di Ernst Haeckel, fondatore della Lega monista tedesca e fiero anti-cristiano, e di Rudolf Steiner. Oppure il fatto che lo stesso Adolf Hitler era un fiero animalista ed ecologista ante litteram.

Nel 1941, in uno dei suoi discorsi a tavola, infatti, ebbe a pronunciare parole che piacerebbero molto anche oggi ad alcuni ecologisti: “L’uomo è indubbiamente il microbo più pericoloso...sfrutta il suolo che ha sotto i piedi…se si esaminasse attentamente questo problema vi si scorgerebbe probabilmente l’origine delle catastrofi che si verificano periodicamente sulla faccia della terra”.

Si può citare, per concludere, anche un altro tedesco, cui Anna Bramwell dedicò un saggio famoso, “Ecologia e società nella Germania nazista”: il ministro nazista Walter Darrè. Costui è considerato uno dei creatori del movimento dei verdi in terra tedesca: classico figlio del nordicismo anticattolico germanico, preparò la strada al nazionalsocialismo predicando il panteismo, il culto del sole, l’agricoltura “biologico-dinamica”, il nudismo, il libero amore, l’eugenetica ed il ritorno alla “madre terra”. Negli anni in cui ebbe una certa influenza su Hitler e Himmler, coltivò soprattutto il mondo contadino del nord, cercando di risvegliare l’interesse per l’antico animismo tedesco, per le pietre erette nei boschi sacri a Odino, per gli antichi almanacchi pagani, e per il triste motto di cui era stato il creatore: “sangue e suolo”. Il Foglio, 6 ottobre
 
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