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Novecento, il secolo senza croce
Di Giulia Tanel - 29/09/2011 - Storia del Novecento - 1392 visite - 0 commenti

L’ultima fatica di Francesco Agnoli è un agile ma densissimo saggio intitolato “Novecento. Il secolo senza croce” (Sugarco Edizioni, Milano 2011, pp. 158). Come precisa lo stesso Autore fin dall’introduzione, la prospettiva con cui il libro guarda al secolo da poco concluso appare decisamente inedita e controcorrente.

 Scrive infatti Agnoli: “Qualcuno ha definito il Novecento il «secolo breve», forse con la speranza segreta di archiviarne al più presto il doloroso ricordo. Ma c’è una definizione più appropriata per comprendere a fondo cosa è accaduto, da dove provenga davvero una esplosione di male che non ha precedenti, che ha annichilito interi popoli. Potremmo dire allora che il Novecento è stato il «secolo senza croce»: l’epoca in cui si è deciso di creare il «regno dell’uomo», di eliminare definitivamente Dio dalla storia del mondo, dai governi dei potenti, dalla vita degli individui” (ibidem, pp. 7-8).

Ma l’uomo non è in grado di vivere senza un perché: ogni essere umano ha insito in sé un anelito verso l’infinito, l’oltre. E se questo “oltre” non viene riconosciuto nella figura di Dio assumerà altre forme, più o meno ragionevoli o dannose. Proprio a questo proposito, già all’inizio del 1918, Vasilij Rozanov affermava: “Senza dubbio la ragione profonda di quanto sta accadendo risiede nel fatto che nell’umanità europea (tutta intera, quindi anche russa) si sono aperti dei vuoti abissali lasciati dal cristianesimo del tempo passato; in questo vuoto tutto sprofonda: troni, classi, ceti, lavoro, ricchezza. Tutti sono travolti. Tutto e tutti periranno. Ma tutto questo sprofonda nel vuoto di un’anima che è stata privata del contenuto antico”.

Agnoli, nel suo saggio, esemplifica chiaramente come il vuoto lasciato dalla perdita della religione abbia, all’inizio del Novecento, aperto le porte al secolo più violento e sanguinario della storia dell’umanità, caratterizzato dall’affermazione di diverse forme di totalitarismi: quello fascista, quello comunista e quello nazional-socialista. Cercare di porre queste derive assolutiste secondo una scala di danno è impossibile, visti i tanti fattori che sarebbe doveroso tenere in debita considerazione.

 Quel che è certo e insindacabile, comunque, sono i dieci milioni di morti della Grande Guerra, i milioni di cristiani, ebrei, slavi ecc. uccisi nei Lager nazisti, i cento milioni di morti del comunismo – questo secondo le stime più prudenti, anche se a leggere un qualsiasi manuale di storia in uso nelle scuole italiane questa cifra viene costantemente censurata –, i milioni di feriti, vedove, orfani provocati dalle due guerre mondiali, l’altissimo tasso di suicidi ancora oggi presente negli ex paesi dell’ateismo comunista… Per non dimenticare, evidenzia con particolare lucidità il professor Agnoli, il costante attacco mosso dalle ideologie atee novecentesche alla religione, alla famiglia, alla vita (aborto, eutanasia, controllo programmatico delle nascite etc.), alla dignità umana, alla morale, alla libertà di pensare in modo diverso dal regime...

Le moderne idolatrie, scriveva all’inizio del Novecento don Luigi Sturzo, si chiamano Stato, Nazione, Razza, Partito, e chiedono molte più vittime delle idolatrie del passato” (ibidem, p. 89). E Mussolini, Stalin, Hitler, Mao, Castro, Saddam, etc. sono solo alcuni dei Cesari degli ultimi cent’anni che hanno innalzato la propria figura fino a divinizzarla, persuasi dall’idea che all’uomo nulla sia proibito.

Principio della superbia umana è allontanarsi dal Signore, tenere il proprio cuore lontano da chi l’ha creato. Principio della superbia è infatti il peccato; chi vi si abbandona diffonde attorno a sé l’abominio. Per questo il Signore rende incredibili i suoi castighi e lo flagella sino a finirlo” (Siracide 10, 12-13).

Tutto era già scritto, verrebbe quasi da dire. E non si pensi che le nefandezze novecentesche siano eventi oramai superati, afferma Agnoli; in molte realtà tutt’oggi comuniste (Cina, Cuba…) la libertà di praticare la fede, di creare una famiglia, di scegliere un lavoro sono ancora lontanissime utopie. Quando l’uomo è arbitro sull’uomo, a vincere è sempre il più forte, non c’è scampo. E qui, ancora una volta, non possono non venire in mente i due ben noti precetti evangelici “Ogni autorità viene da Dio” e “Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”, che concorrono a costituire – sostiene l’Autore – il fondamento della dottrina politica cattolica.

In conclusione, l’impressione che si ha una volta terminato il lavoro di Agnoli, è che si tratti di un libro molto coraggioso, che svela senza censure di sorta – come fanno purtroppo pochi altri testi sul tema, nonostante l’innumerevole inchiostro che si è sprecato per descrivere il Novecento – la realtà dei fatti: un susseguirsi di eventi drammatici, crudi, terribili, di cui però si è spesso voluta ignorare l’origine più profonda: la pretesa ateistica ed anticristica. Non mancano però nel libro, le pagine intrise di speranza, di coraggio, di eroismo, valori incarnati dalle figure di uomini grandi, di eroi, di santi (da Solgenitsyn ad Armando Valladares, da Fritz Gerlich ad Oscar Elias Biscet ecc.), che, in mezzo alla disumanità dei loro tempi ,hanno saputo reagire con vigore, dedizione e carità, dimostrando che è sempre possibile, in ogni epoca e sotto ogni mostruosa dittatura, vivere una vita grande e pienamente umana.

 
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