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Un viaggeto per gli ateologi riuniti a Reggio Emilia
Di Francesco Agnoli - 07/04/2011 - Storia - 1492 visite - 0 commenti

A Reggio Emilia si riuniscono in questi giorni sommi ateologi contemporanei, dalla Hack a Flores d'Arcais, da Odifreddi a Carlo Flamigni ed Englaro, per spiegare a tutti che si vivrebbe molto meglio in un paese ateo, e che senza il crocifisso sui muri, tutto sarebbe più bello. A costoro consiglierei un viaggetto, di "precipitarsi in quel bellissimo paese, con oltre un miliardo di persone, la Cina, in cui è al governo un partito dichiaratamente ateo, comunista e materialista.

Non essendoci più l’Urss, patria un tempo dell’ateismo “scientifico” trionfante e spensierato, penso che lì potrebbero trovare spunti per utili e meno dogmatiche riflessioni. Tanto più che molti ateologi, vivi o defunti, hanno le loro radici ideologiche, e non per caso, nel comunismo: Oparin, Haldane, Morris, Monod, Odifreddi, Veronesi, Schiavone…

 In Cina c’è lavoro e spazio abbondante per tutti gli ateologi del mondo. Lì potranno farsi spiegare chi era Mao, potranno leggere la Bibbia del comunismo cinese, il libretto rosso che doveva contenere l’intero scibile umano; potranno riunirsi la mattina, prima di andare al lavoro, davanti all’immagine di Mao, per trarne forze e ispirazione, e pregare il defunto dittatore comunista con gli appellativi che prediligeva: “Sole Rosso”, “Grande Maestro”, “Grande Capo”, “Grande Comandante”, “Grande Timoniere”, “Messia del lavoratori”.

Vedranno chiaramente cosa significa che l’uomo, perso Dio, smarrisce il buon senso e costruisce idoli di sangue. Mi permetto solo di ricordare al lettore curioso, gli argomenti su cui l’osservatore ateologo, nemico acerrimo delle mille regole sul corpo imposte dalla Chiesa in Europa, potrebbe puntare l’attenzione.

Tralascerei i soliti morti ammazzati per motivi ideologici: 65 milioni secondo il “Libro nero del comunismo”, tra i 34 e i 63 milioni di morti, a seconda delle fonti, nel solo periodo tra il 1949 e il 1965, secondo Eugenio Corti.

Tralascio pure la descrizione di quello che fu la rivoluzione culturale cinese, che tra il 1966 e il 1976, determinando la morte di altre decine di milioni di cinesi, portò il tollerantissimo regime ateo di Mao e compagni a proibire le merci straniere, i vasi di fiori sulle finestre, le insegne al neon, i cosmetici, le sale da the, i teatri, i matrimoni e i funerali, le passeggiate mano nella mano, e persino il gioco degli aquiloni, tutte cose troppo “borghesi”, “feudali”, “occidentali”…

Limitiamoci dunque solo a quello che succede oggi, ogni giorno, in questo paese chiamato “repubblica popolare”, così come i giacobini si definivano “democratici”, e i tedeschi dell’est chiamavano il loro paese repubblica “democratica”.

Ebbene, in Cina, da anni, le bambine vengono scientemente eliminate, a milioni, con la diagnosi pre-impianto, l’aborto selettivo e l’infanticidio, creando scompensi demografici disastrosi. Per partorire occorre una autorizzazione: chi la viola va incontro all’uccisione del figlio, alla casa bruciata o rasa al suolo, alla perdita del lavoro…

Senza contare che l’abortismo e l’infanticidio di massa hanno generato l’usanza, per quanto marginale, di nutrirsi di “fetal soup” e di “fetal remains”, di cui vengono decantate le virtù terapeutiche ! Una tale politica, secondo una indagine del 2007 dell’Assemblea nazionale, determina la presenza di 23 suicidi ogni 100 mila persone, e di 30 milioni di depressi in tutto il paese.

A Pechino i pazienti psichici sono passati dallo 0,83 per mille del 1993 al 33,1 per mille del 2003. Inoltre in Cina vi sono 200 milioni di migranti clandestini, senza alcun diritto perché scampati per vari motivi all’aborto forzato e quindi “inesistenti” come il Mattia Pascal di Pirandello, a cui vanno aggiunti almeno centomila orfani nuovi ogni anno, per un totale di mezzo milione in tutto: “un record mondiale” , perfettamente in linea con la tradizione del comunismo ateo, che, distrutta la famiglia, annichilisce l’elemento più debole, cioè i bambini. In Cina, cioè, si ripete esattamente quanto avveniva nella Russia comunista, con il suo milione e mezzo di aborti all’anno, e la presenza, già dal 1918, di una marea di orfani, oggi stimati tra i 2 e i 5 milioni .

A tutto questo si aggiunga quello che la “Laogai research foundation”, guidata in Italia da Toni Brandi, ha denunciato nel suo “Cina, Traffici di morte” (Guerini, 2008), in cui si accenna agli oltre mille campi di concentramento disseminati nella Cina comunista, e si descrive come migliaia di reni, fegati, cornee di condannati a morte siano “venduti sul mercato degli organi umani in Cina e nel mondo”, finendo spesso nel corpo dei dirigenti del partito.

In Cina, infatti, l’uomo è esattamente quello che dicevano i filosofi atei e illuminati del Settecento: un aggregato di cellule, senz’anima, una macchina, che un giorno, come spiegava Emile Zola, sarà possibile montare e rimontare a piacimento. Così lo Stato cinese con una mano gestisce, tramite l’esercito, numerosi laboratori per la fecondazione artificiale e la clonazione, per il montaggio, con l’altra promuove un numero incredibilmente alto di condanne a morte, tra le 8000 e le 10000 all’anno, sia per educare la popolazione al sano rispetto delle regole (che non saranno fissate da Dio in persona, ma non sembrano per questo meno ferree), sia per gestire un fiorente smercio di materiale umano, tramite, appunto, lo smontaggio.

Consiglio, per concludere, ai nostri viaggiatori ateologi di raggiungere la Cina in un giorno di festa, magari l’1 maggio, festa dei lavoratori (quei lavoratori che vengono talora legati agli alberi, perché producano di più, che non hanno sindacati né assistenza sanitaria di alcun tipo), o il 1 ottobre, festa nazionale, perché in Cina, dove per fortuna non si festeggiano i Santi e non c’è la messa domenicale, le esecuzioni spettacolari si preferisce farle, appunto, in quei giorni, affinché siano più seguite, ed abbiano un maggior impatto educativo. Ci si potrà così mescolare ad un “pubblico appositamente convocato che include studenti universitari, scolaresche delle scuole medie e parenti dei condannati, cui spetta l’onere di pagare il costo delle pallottole usate contro i loro congiunti”. da: "Perchè non possiamo essere atei", Piemme

 
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