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"I poeti estinti succhiavano il midollo della vita"
Di Giulia Tanel - 11/02/2011 - Cinema - 1505 visite - 0 commenti

Qualche sera fa mi è capitato di rivedere il celebre film del 1989 L’attimo fuggente, di cui è protagonista un Robin Williams in grande forma.
Il film è ambientato negli Stati Uniti, nel 1959. Nel severo e tradizionalista collegio maschile Welton, il vecchio professore di Lettere va pensione e viene sostituito da John Keating (R. Williams), che un tempo era stato anch’egli studente in quello stesso istituto. Questo nuovo professore appare fin da subito diverso dai propri colleghi, perché non interessato unicamente al trasmettere delle nozioni. Il professor Keating, infatti, oltre che ad essere profondamente appassionato della letteratura, ha a cuore i propri studenti, che non vede esclusivamente come delle “scatole da riempire”, bensì come delle persone.

Uno dei pregi principali del film è, a mio avviso, quello di evidenziare come i giovani – di cinquant’anni fa, come di oggi – abbiano insito in loro un profondo anelito verso “qualcosa di grande”; troppo spesso accade, però, che questo “desiderio di infinito” venga negato o soffocato con dei meri palliativi.
Direttamente conseguente a questa spinta ideale presente in ognuno di noi, vi è il fatto che appena i giovani – ma non solo – incontrano una persona che testimonia loro che un “oltre” c’è e che è possibile, vi si aggrappano. La reazione è simile a quella di un assetato che scorge una fontana in lontananza: si protende verso di essa, cercando di saziare la propria sete.

Ne L’attimo fuggente, i ragazzi si lasciano affascinare dal professor Keating, perché è l’unico insegnante che si pone nei loro confronti in modo diverso e che ha qualcosa di interessante da trasmettere. Egli, infatti, li considera in quanto persone; si interessa della loro crescita personale, prima ancora che della didattica; li valorizza per i loro pregi, magari rimasti nascosti fino ad allora; li punzecchia sulle loro difficoltà... In sostanza, non consente loro di “adagiarsi”, perché lui non è un professore che si accontenta che ripetano meccanicamente la lezioncina imparata dal libro.

In una scena del film, per esempio, Keating decide di far marciare i ragazzi nel cortile. A prima vista verrebbe da dire: “Cosa c’entra il camminare con la letteratura?”. La risposta la fornisce lo stesso Robin Williams, dialogando con un professore del collegio che avanzava la stessa perplessità: prima ancora che imparare ad analizzare una poesia, è importante che i ragazzi abbiano chiaro che loro valgono in quanto personalità singole. Ecco perché il marciare: camminando secondo il proprio gusto, i ragazzi hanno modo di capire che l’uniformarsi, l’appiattire la propria individualità, il cercare di essere il più possibile simili agli altri, non è una politica che paga. E’ invece necessario che ognuno di loro sviluppi l’autonomia di pensare con la propria testa e abbia la maturità per sostenere le proprie posizioni. Keating si rivolge ai propri studenti dicendo: «Ci teniamo tutti ad essere accettati, ma dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri, anche se ad altri sembrano strani ed impopolari. Come ha detto Frost: "due strade trovai nel bosco e io scelsi quella meno battuta, ed è per questo che sono diverso"».
Naturalmente questo non nega che in certi casi sia necessario seguire delle regole, o affidarsi a persone di cui ci fidiamo e che hanno più esperienza di noi. Ma un conto è conformarsi per comodità o per paura di essere emarginati, un altro è il seguire e l’affidarsi con cognizione di causa.

L’Attimo fuggente ha, innegabilmente, anche dei risvolti etici e morali; questi, però, non vengono approfonditi e sono lasciati all’auto-coscienza di ognuno: come va inteso il motto oraziano “Carpe diem?”; che giudizio bisogna dare al suidicio?, etc...
In definitiva, insomma, quello che rimane di più di questo film è proprio il nitido ritratto del fatto che i ragazzi hanno un innato desiderio di un “di più”, e che appena trovano qualcuno che sembra loro in grado di trasmetterglielo, vi si aggrappano.

E' questo il concetto che viene ribadito nella scena finale. Keating è stato licenziato, perché imputato di essere il responsabile della morte per suicidio di uno dei suoi giovani alunni, nonché promotore della “Setta dei Poeti estinti”. La cattedra di letteratura, rimasta scoperta, viene temporaneamente occupata dal rettore dell’istituto; proprio durante la prima lezione di questo, Keating entra in classe per recuperare le sue ultime cose. Poi, mentre si appresta ad uscire silenziosamente dall’aula, Todd, un giovane studente molto timido, sale in piedi sul proprio banco e richiama la sua attenzione, dicendo: “Capitano, mio capitano!”. Naturalmente il preside intima subito Todd di sedersi, ma egli non lo ascolta, e anzi viene seguito a ruota da moltissimi (non tutti) altri suoi compagni. I giovani salgono in piedi sui banchi per dimostrare la loro gratitudine verso la loro “guida”; il rettore può minacciarli quanto vuole: loro non demordono e lasciano prevalere il cuore e la gratitudine sulle regole del rigido collegio. Forse per la prima volta, hanno il coraggio di essere loro stessi.

 
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