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Cuba e la prostituzione.
Di Francesco Agnoli - 14/08/2010 - Cuba libre - 1661 visite - 0 commenti

Un vecchio pallino dei teorici comunisti è questo: una volta raggiunta la società comunista ed egualitaria, il fenomeno della prostituzione sparirà.

Sì, sparirà perché gli sarà tolto il motivo di esistere. Perché non esisteranno più ne sfruttatori né sfruttati, né ricchi né poveri, e tutti saranno fraterni, l’uno verso l’altro. Così spiegavano Lenin e le femministe russe all’inizio della rivoluzione bolscevica. Ma le cose non andarono così. Accadde, anzi, il contrario. La prostituzione aumentò terribilmente, insieme alla povertà. Lo stesso possiamo dire oggi per Cuba, l’isola di Fidel.

Infatti, appena giunto al potere, Castro e i suoi sodali spiegarono che Cuba non avrebbe più avuto né ricchi, né poveri, tutti sarebbero stati bene, nell’abbondanza, e quindi non vi sarebbero più state donne costrette a vendere il loro corpo (come avveniva nella Cuba del dittatore Batista).

Le cose poi andarono diversamente e l’isola incantata divenne una delle mete predilette del turismo sessuale, non solo americano, ma mondiale. E’ un fatto risaputo.

Raccontato così dalla dissidente Yoani Sanchez, il cui blog visitatissimo è ospitato dal sito del quotidiano la Stampa:

Indossa una maglietta attillata, ha i capelli coperti di gel e offre il suo corpo per soli venti pesos convertibili a notte. Mostra un volto con zigomi sporgenti e occhi di taglio cinese, caratteristiche comuni tra chi proviene dalle zone orientali del paese. Gesticola molto, ostenta un mix di lascivia e di innocenza capace di provocare al tempo stesso pena e desiderio. Rientra nel consistente gruppo di cubani che si guadagnano la vita con il sudore pelvico, vendendo sesso a stranieri e connazionali. A Cuba l’industria dell’amore rapido e delle brevi carezze è cresciuta in modo considerevole negli ultimi vent’anni. In certe zone dell’Avana sembra di respirare aria da bordello, soprattutto se passiamo da calle Monte all’incrocio con Cienfuegos.

Donne giovani che vestono abiti appariscenti, ma un po’ scoloriti, offrono la loro “mercanzia” specialmente quando scende la notte... Queste ragazze non possono pretendere di accalappiare un gestore d’azienda statale o un turista, non avranno mai un cliente che le porti in hotel e che il giorno dopo offra una colazione a base di latte. Non usano profumi di marca e svolgono il loro lavoro nella squallida camera di una povera abitazione o in un sottoscala. Trafficano con gemiti, scambiano momenti di piacere per denaro. Questi uomini e donne - commercianti del desiderio - evitano di imbattersi nei poliziotti che controllano la zona.

Cadere nelle mani di uno di loro può significare una notte in galera o la deportazione nella provincia di origine, per chi vive illegalmente in città. Tutto può finire bene se il poliziotto è sensibile alla visione di una coscia scoperta e accetta di non redigere la lettera di avviso in cambio di qualche minuto di intimità. Alcuni agenti dell’ordine torneranno spesso a riscuotere il loro pedaggio - in moneta o in servizi - per consentire a questi esseri notturni di continuare gli adescamenti agli angoli delle strade. Se una donna rifiuta di pagare il prezzo pattuito può finire in un istituto di rieducazione per prostitute, mentre un uomo può essere accusato del reato di pericolosità sociale. Si completa in questo modo il ciclo del sesso per denaro, in una città dove il lavoro onesto è una reliquia da museo e la stringente necessità convince molte persone a vendere il corpo, a mettersi in mostra nella speranza di ricevere un’offerta”.

 
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