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La crisi delle quote rosa
Di Gianburrasca - 21/05/2010 - Politica - 1011 visite - 0 commenti

La retorica di chi vorrebbe più donne in politica e al governo è oggi un po’ in crisi, visto quel che accade in Italia e in Trentino. Qui, perché molte esponenti del gentil sesso sono diventate sindaco e assessore in vari comuni alle ultime amministrative, senza bisogno né di quote rosa né dei “voti di genere” obbligatori invocati dalle consigliere Cogo e Ferrari. In campo nazionale, invece, due signore non certo disimpegnate come Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, e Luisa Todini, imprenditrice e mamma, hanno rifiutato l’offerta di sostituire il ministro per lo sviluppo Claudio Scajola. Evidentemente perché avevano di meglio da fare – ha commentato Annalena Benini sull’ultimo numero di Panorama.

Condivido. Secondo un pregiudizio ideologico ancora radicato a sinistra, ma presente anche nel centrodestra, le donne devono infatti occupare, come e più degli uomini, posizioni di potere, perché attività meno “pubbliche” e visibili come prendersi cura della famiglia e dei figli, una professione o un impiego qualunque, non costituiscono un lavoro altrettanto dignitoso e utile per sé e alla società.

Motivo? Continua a circolare un’ammuffita mentalità collettivista, secondo cui la famiglia, la professione, l’impresa appartengono al “privato”, cioè ad una sfera di scarso valore generale, mentre a pesare di più “a livello sociale” e “in un’ottica complessiva” sarebbero i politici, chi siede ai vertici delle istituzioni e della pubblica amministrazione.

Ma questa è, appunto, “ideologia”. La realtà mostra esattamente l’opposto: sono soprattutto le donne (e gli uomini) del cosiddetto “privato”, la gente che si dedica alla famiglia, all’impresa, alla professione, la sorgente della ricchezza (non solo materiale) e la sostanza di quella “società” al cui servizio dovrebbero porsi la politica e il “pubblico”.

Nel disprezzo per la società – e quindi, paradossalmente, anche per le donne che ne sono il motore primario – sta oggi la debolezza di questo progressismo ormai stantio. Perché è la società, sono quanti si spendono nel “privato”, in famiglia e nel proprio umile lavoro, l’unica ragion d’essere della politica. Che altrimenti – come vediamo – si avvita su se stessa, infischiandosene del bene comune.

 
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