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Vita e pensiero di Karl Marx
Di Francesco Agnoli - 10/11/2009 - Filosofia - 2042 visite - 0 commenti

Il pensiero di Karl Marx, che ha affascinato per secoli milioni di persone, è nella sua sostanza abbastanza semplice: vengono indicati la verità dell'uomo, solo materia in divenire; le modalità con cui questo divenire procede, e cioè la dialettica triadica hegeliana; il nemico da abbattere, la borghesia al potere; e infine il Paradiso terreno da conquistare, la società comunista del futuro dove, dopo la presenza momentanea di uno Stato che tutto possiede e a tutti dà secondo equità, si passa, non si sa come, ad una "felice" anarchia, ad un Eden di eguaglianza e giustizia, in cui non esistano più eserciti, polizia, leggi, autorità, Dio….

Non c'è dubbio che un simile modo di pensare, nella sua semplicità, nella sua schematicità buoni-cattivi, proletariato-borghesia, presente nefasto-futuro radioso, abbia avuto una potenzialità enorme, specie presso le masse maltrattate e sfruttate dell'epoca industriale, pronte a cogliere qualsiasi opportunità pur di mutare le loro misere condizioni.

Poco importa che poi molti dettagli non tornino: cosa significa la frase marxiana "dittatura del proletariato"? Che tutti i proletari, e cioè la maggioranza della popolazione, andranno al potere, e che la borghesia diverrà quindi, in un circolo vizioso, il nuovo proletariato? Cosa significa "eguaglianza", sotto uno Stato che nega ad ogni individuo la possibilità di esprimersi, di essere secondo le sue specifiche caratteristiche e secondo le sue capacità? Come si fa a passare da uno stato assoluto, tirannico, prima fase del comunismo marxista, alla anarchia improvvisa, la seconda fase, senza che questo comporti disastri immani? E' proprio vero che il benessere materiale è sufficiente da solo alla felicità umana?

Tante, insomma, sono le domande, le assurdità e le incongruenze del pensiero marxista che la storia si è incaricata di mostrarci in più occasioni: ogni volta che il comunismo è andato al potere, dalla Russia, alla Cina, alla Cambogia, a Cuba, è sempre stato tirannia di pochi, pochissimi, uno solo, sui molti; stato di polizia, di gulag, di proscrizioni, di purghe tra membri dello stesso partito, e non luogo di anarchia "felice"….

Nella realtà, quindi, la forza del marxismo non sta, come voleva Marx, nella sua "scientificità", nella sua concretezza, contrapposta alle false promesse della religione, ma al contrario nella sua vaghezza, nelle sue speranze utopiche, nel suo promettere una felicità totale, raggiungibile semplicemente eliminando il nemico con la lotta di classe. Il marxismo è stato, e ancora spesso è, una vera e propria religione, un vero "oppio dei popoli" (il fatto che prometta qua, e non per l'aldilà, lo rende ancor più intollerante, aggressivo, violento: se il paradiso non arriva, è perché vi sono dei nemici, dei congiurati, degli oppressori da eliminare).

Scriveva André Frossard, figlio del fondatore del partito comunista francese: "Era una religione, e come ogni religione ai primordi, escludeva tutte le altre. Non era un sistema economico, era una fede: l'uomo era buono, benché gli uomini non lo fossero sempre, ed aveva preso in mano proprio lui il problema della sua salvezza. Il nostro Jaurés ed il nostro Jules Guesde erano rispettati come Padri della Chiesa: Karl Marx, il Mosè degli esiliati proletari, ci aveva tirati fuori dall'Egitto del conformismo e della sottomissione…ci avrebbe irresistibilmente portati verso il mondo della riconciliazione di cui aveva predetto l'avvento…La socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio avrebbe modificato radicalmente i rapporti umani purificandoli di tutto ciò che c'era in essi di iniquo e dannoso. Non ci sarebbero più stati rapporti da padrone a schiavo, da oppressore a oppresso, ma da uomo a uomo nella perfetta uguaglianza d'un esproprio generale a beneficio della collettività…L'avidità, la volontà di accaparramento e di dominio, non trovando più sostegno né incoraggiamento nella società nuova, sarebbero perite d'inazione; scomparsi gli antagonismi economici e sociali con le cause che li rendevano inevitabili, la guerra non avrebbe più avuto ragion d'essere e sarebbe scomparsa dalla superficie della terra…gli ultimi resti della costruzione religiosa, privati dei loro punti d'appoggio, sarebbero crollati da soli. Gli uomini avrebbero conosciuto finalmente il gusto della giustizia e della pace. E la scienza si sarebbe incaricata del resto" (André Frossard, "Dio esiste e io lo ho incontrato", Sei).

Diversi storici hanno messo in luce come sia riscontrabile in questo tipo di pensiero una radice ebraica, e cioè messianica: come il popolo ebreo attendeva un Messia Salvatore, così l'ebreo Marx propone al popolo dei proletari, di essere il messia di se stesso, di procurarsi una salvezza puramente terrena, da sé, tramite la violenza, "levatrice della storia".

Sarebbe troppo lungo giustificare con esempi storici la veridicità di tale analisi: basti ricordare quanti italiani fuggirono dal fascismo, per scappare in Russia, nella "patria dei lavoratori", convinti di trovare lì il regno della giustizia e dell'eguaglianza. Molti finirono invece nei gulag, oppure, che è più terribile, disperati: non ressero alla vista di un regime in cui avevano creduto ciecamente, e che si rivelava invece ai loro occhi non come un luogo di felicità e benessere ma come uno dei sistemi più mostruosi della storia, un'immensa prigione a cielo aperto.

Scrive sempre André Frossard: mio padre "da buon socialista non ammetteva che una società fosse fondata sui rapporti di forza…una delle sorprese della mia infanzia sarà quella di venire a sapere che la Russia Sovietica aveva la sua armata, con una disciplina, una divisa, una gerarchia, delle uniformi. Anche là consideravano la natura umana col pessimismo che rende necessari i soldati? No. Si trattava di resistere all'accerchiamento del male".

Frossard, come tanti altri che rimasero comunisti, anche nell'epoca del terrore di Stalin, anche di fronte alle atrocità più tremende, non poteva ammettere, finché credette nel marxismo, che la felicità non fosse stata veramente raggiunta, che l'eguaglianza sociale non avesse veramente dischiuso il paradiso in terra. Era questo il dogma principale, che non poteva essere abbattuto, la roccia su cui poggiava tutto l'edificio marxista. Fatte queste brevi premesse sul cuore del pensiero marxista, ritengo che in realtà rileggere la vita di Karl Marx sia assai più utile, per comprendere il comunismo marxista, di tutti i trattati del filosofo tedesco. Sulla pagina asettica, di carta stampata, infatti, l'impressione che ha affascinato milioni di lettori è quella di assaporare i pensieri di un nuovo Mosè, pronto a portare il suo popolo verso la terra promessa; di un uomo affamato di giustizia, disposto a perseguirla con intransigenza, come un monaco guerriero; di un profeta che indica nemici, battaglie, ma anche "terre nuove e cieli nuovi". Se si analizza la sua biografia, invece, risulta difficile non dar ragione a quanto scriveva Giovanni Papini, all'inizio del Novecento, allorché rintracciava nel marxismo, materialista per definizione, lo stesso spirito, anch'esso materialista, del capitalismo borghese: “Io non so trovare una definizione del socialismo meno inesatta e più profonda di questa: un movimento ultraborghese con caratteri religiosi…Uno dei caratteri salienti del borghese, quale ce lo rappresentano ogni giorno gli stessi popolari, è la preoccupazione del benessere materiale. Il tipo, ormai classico, del grasso borghese, quale appare in tutte le figure democratiche, è un uomo che pensa soprattutto a empire il ventre e la borsa. I socialisti accettano completamente questa veduta: anch’essi desiderano, soprattutto e avanti tutto, l’aumento del benessere materiale, e i loro sociologi fanno della questione del ventre il fondamento della storia sotto il nome significativo di ‘materialismo storico’. Essi non ce l’hanno coi borghesi perché stanno materialmente bene, ma semplicemente perché non possono stare bene come loro…Il socialista, se ben si guarda, non tende, in fondo, ad essere qualcosa di diverso dal suo nemico, ma semplicemente a divenire a sua volta un piccolo borghese…”.

 Lo stesso Marx infatti era proprio un "borghese", nel senso non positivo del termine. Alcuni episodi significativi. "Una volta abbandonato il nido (familiare), Karl mantenne scarsi rapporti con la madre, ad eccezione dei momenti in cui tentava di scucirle denaro, di solito con scarso successo. Molti anni più tardi, in occasione della morte di Mary Burns, l'amante dell'amico Engels, Marx scrisse all'amico una brutale lettera di condoglianze: 'non avrebbe potuto, in luogo della Mary, morire mia madre che è ormai piena di acciacchi e che ha vissuto quanto doveva?'".

 I rapporti di Marx con la madre, infatti, erano legati solo alla speranza dell'eredità, mentre la devozione al padre era tale che alla sua morte Karl non partecipò neppure al funerale, "spiegando che il viaggio da Berlino sarebbe stato troppo lungo e lui aveva cose più importanti da fare". Marx viveva tra i debiti, le richieste di denaro ad Engels, che lo manteneva con grande generosità e che lo stimolava di continuo a scrivere, e le invettive feroci contro chiunque non fosse d'accordo con lui. Forse per questo, al suo funerale, nel 1883, ci saranno solo undici persone.

Da buon borghese, inoltre, "Marx riteneva impensabile per una persona delle sue condizioni non avere un segretario privato, ovvero concedersi periodiche vacanze al mare, lezioni di piano per i bambini e tutti gli altri costosi annessi e connessi della rispettabilità. Anche con le tasche vuote semplicemente si rifiutava di accettare una vita da 'sottoproletario', per usare i suoi stessi termini".

Andava fiero delle origini nobiliari della moglie, e voleva per le figlie, due delle quali sarebbero purtroppo morte suicide, una vita come quello del giovin signore del Parini, con costosi guardaroba, affinché potessero trovare i pretendenti giusti, "lezioni private di francese, italiano, disegno e musica". Bussare per soldi alla porta degli amici, era il suo impiego preferito, oltre che attendere salvifiche eredità: "A very happy event, la morte del novantenne zio di mia moglie, ci è stato comunicato ieri": così scriveva, in occasione di un decesso che significava soldi, mentre era affaccendato a speculare su obbligazioni statali americane ed inglesi" (Francis Wheen, "Marx. Vita pubblica e privata", Mondadori).

Ecco, a rileggere questi aneddoti, a rileggere la storia del profeta del proletariato, che mai lavorò in una fabbrica e mai visse le condizioni dei proletari, sembra di capire la "genialità" del marxismo, il perché ancor oggi, per stare da quella parte, occorra non di rado una certa ricchezza, una qualche posizione nella società, e un po' puzza sotto il naso: ci si sente "più buoni", a poco prezzo, giusti, in una società ingiusta. Non importa poi se in nome della giustizia futura si trascura la carità presente, e se in nome della astratta filantropia, si dimentica persino l'etimologia del termine "prossimo".

Il tipo umano "comunista" è spesso così: ama il lontano, l'africano, l'emigrato, il barbone che ha visto in cartolina, cui dedica articoli e trasmissioni, ma assai meno i vicini. La sua frequente intolleranza si nutre della convinzione di possedere la Verità, non come dono, che viene da un Altro, ma per averla personalmente ingabbiata in un agile ed onnivoro schemino triadico e tirannico, dal quale sono esclusi tutti i "nemici" di classe, di ideologia, di pensiero.

 
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