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La filosofia di Dionigi l'Aeropagita
Di Pietro Soliani - 17/10/2009 - Filosofia - 2315 visite - 0 commenti

Questo breve scritto ha lo scopo di ricostruire il pensiero di Dionigi Pseudo-Areopagita riguardo alla bellezza con particolare riferimento alla sua opera Nomi divini. Il pensiero di Dionigi ha, infatti, influenzato le teorie estetiche medievali almeno fino a Tommaso d’Aquino.

 1. Premessa – In Dionigi Pseudo-Areopagita non è presente una vera e propria teoria estetica per come noi la intendiamo. Dionigi non spiega esplicitamente quali siano i requisiti che deve avere un’opera per essere ritenuta bella e nemmeno quali siano le condizioni di possibilità del giudizio estetico. Possiamo, quindi, solo ricavare alcuni elementi che possono avere influenzato il gusto medievale e, in particolare, l’arte gotica. Dionigi Areopagita è il nome dietro al quale si nasconde un autore ancora anonimo sebbene siano state fatte diverse ipotesi. Il Corpus Areopagiticum è, quindi, un falso. L’autore vuole mostrarsi come quel Dionigi convertito da Paolo dopo il suo discorso all’Areopago di Atene (Atti degli Apostoli, 17, 34). In realtà gli scritti che compongono il Corpus risalgono al VI secolo d. C.. Già alcuni contemporanei di questi scritti avevano avuto dubbi riguardo all’origine di questi scritti, ma i medievali credettero sempre all’autenticità del Corpus Areopagiticum tanto che venne commentato, spesso parzialmente, da diversi autori (ad es. Giovanni Scoto Eriugena, Roberto Grossatesta, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino).

2. Il cosmo di Dionigi – Il cosmo di Dionigi, che potremmo chiamare con il linguaggio della metafisica, ordine dell’essere è pensato secondo una struttura tipicamente neoplatonica. Al vertice si trova Dio, Sommo Bene, Bellezza,Vita, Intelligenza, Luce ecc., il quale crea gli esseri secondo una scala gerarchica che dalle Intelligenze angeliche giunge agli esseri inanimati passando per l’uomo. Riflesso di questo ordine gerarchico sono la gerarchia angelica e la gerarchia ecclesiastica. A questo proposito Dionigi scrive due opere intitolate Gerarchia celeste e Gerarchia ecclesiastica. «Secondo me, la gerarchia è un ordine sacro, una scienza e una operazione che si conforma, per quanto è possibile, al Divino, e che è portata all’imitazione di Dio proporzionalmente secondo le illuminazioni che da Dio stesso le sono comunicate. Ora, la bellezza conveniente a Dio, in quanto semplice, buona e principio di perfezione, non è affatto mescolata a nessuna dissimilitudine, ma dona a ciascuno, secondo i meriti, una parte della sua propria luce e nel divinissimo mistero ha il compito di perfezionare, secondo un’armoniosa e immutabile conformità a sé, coloro che sono iniziati a lei.

Dunque, il fine della gerarchia è l’assimilazione e l’unione a Dio per quanto è possibile: ha Dio come guida di ogni sacra scienza e operazione e, guardando indeclinabilmente verso la sua divinissima bellezza e per quanto è possibile uniformandosi a lei, rende anche i propri seguaci immagini divine e specchi chiarissimi e immacolati adatti a ricevere il raggio della prima luce e tearchico, ed essi poi, santamente riempiti della luce data, sono capaci d’infondere abbondantemente lo splendore nelle cose che seguono secondo le leggi tearchiche» . Questo testo mostra il modo di argomentare tipico del neoplatonismo e soprattutto di Dionigi. La Bellezza (causa prima) fonte di ogni bellezza creata diffonde la propria luce su tutte le creature in modo proporzionale al loro “tipo di essere” (essenza). A loro volta le creature (cause seconde) illuminate dalla bellezza rendono belle le cose di cui sono causa. È interessante notare che la gerarchia è un modo per potersi assimilare a Dio in maniera proporzionale (o analogica), secondo la propria essenza. Vi è, infatti, un duplice movimento che va da Dio alle cose e dalle cose a Dio. Dio è per Dionigi causa efficiente (Creatore) e causa finale, cioè fine a cui tutte le cose tendono. È, però, anche causa esemplare . Il Verbo divino, infatti, contiene in sé le idee di tutte le cose e per mezzo suo esse furono create. Le cose dunque hanno l’essere, la bellezza, la bontà, la vita, lo splendore, l’intelligenza (nel caso dell’uomo e degli angeli) per partecipazione a ciò che è in sé l’Essere, la Bellezza, la Bontà, la Vita, l’Intelligenza e la Luce. La creazione è, quindi, un riflesso degli straordinari attributi del suo Creatore.

3. La nominabilità di Dio – Gli attributi che utilizziamo per parlare di Dio vengono desunti dalle creature. Come dice San Paolo riguardo ai pagani: «Ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto; Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità» (Rm 1, 19-20). Si può parlare di Dio conferendogli, ad esempio, la bellezza e la bontà poiché Lui è la fonte della bellezza e della bontà della creazione, ma essendo consapevoli che la bellezza e la bontà divina superano infinitamente quella delle sue creature. Per questo Dionigi affronta il problema della nominabilità di Dio. Dio è, infatti, per noi l’Inintelligibile perché il nostro pensiero non può conoscerlo e il solo parlarne porterebbe a sminuire la vera essenza divina che rimane inattingibile per la ragione umana. A questo proposito nelle opere di Dionigi troviamo l’accostamento di espressioni contraddittorie (tenebra/luce, Inintelligibile/Intelligibile, Essere/Nulla) per parlare di Dio. Se, ad esempio, consideriamo le creature come esseri dobbiamo considerare Dio come Nulla in quanto radicalmente differente dalle sue creature .

Tra Dio e le creature non vi è alcuna proporzione come non vi è alcuna proporzione tra l’infinito e il finito. Possiamo dire però che vi è proportionabilitas come dirà Tommaso nelle Quaestiones disputatae de veritate. Tommaso d’Aquino fa questo esempio: Dio sta alle creature come il 6 sta al 4, ma nel senso che il 6 sta al 3 come il 4 sta al 2 . Il significato di questo esempio allude alla distinzione tra ordine soprannaturale e ordine naturale. Il rapporto che intercorre tra Dio e le creature è lo stesso che intercorre tra l’uomo e la sua immagine. È un rapporto di somiglianza dove l’uomo somiglia a Dio, ma Dio non somiglia all’uomo .

4. Dio è la Bellezza-in-sé – Nel capitolo IV dei Nomi divini Dionigi affronta il tema della bellezza come attributo di Dio con le seguenti parole: «Questo Bene è celebrato dai sacri autori come Bello e Bellezza, come Amore e Amato, senza dire tutti gli altri nomi divini che ben si addicono alla Bellezza che rende belli ed è del tutto graziosa. Il Bello e la Bellezza, del resto, non si possono separare nella causa che comprende in uno tutti gli esseri. Infatti, dividendo in tutte le cose che esistono la cosa che si partecipa e le cose che vi partecipino, noi diciamo che è bello ciò che partecipa alla Bellezza, mentre la bellezza è la partecipazione che viene dalla causa che rende belle tutte le cose belle. Il Bello soprasostanziale è chiamato Bellezza a causa della bellezza che da parte sua viene elargita a tutti gli esseri secondo la misura di ciascuno; essa che, come causa dell’armonia e dello splendore di tutte le cose, getta su tutti, a guisa di luce, le effusioni che rendono belli del suo raggio sorgivo, chiama a se tutte le cose – donde appunto di dice anche Bellezza – e raccoglie in se stessa tutto in tutti. […] Il Bello è principio di tutte le cose in quanto causa efficiente, che muove tutte le cose e le tiene insieme con l’amore verso la propria bellezza; e il Bello è il fine di tutte le cose ed è degno di essere amato in quanto causa finale […] e causa esemplare, perché tutte le cose si definiscono in riferimento ad esso. Perciò, inoltre, il Bello di identifica col Buono poiché tutte le cose in ogni maniera tendono al Bello e al Buono, né esiste alcun essere che non partecipi del Bello e del Buono» .

Questo testo riassume alcune cose che sono state dette in precedenza. Dio Sommo Bene e Somma Bellezza rende partecipi tutte le cose dei suoi attributi, le fa splendere e le illumina. Potremmo dire che la bellezza è un attributo dell’Essere e si riflette sugli esseri creati. Splendore e armonia sono i due segni distintivi della bellezza degli esseri. Il Bello (καλüν) è “ciò che chiama a sé” (κÜλλος) tutte le cose, ciò che attira. Questo aspetto sarà ricordato anche da Alberto Magno nel suo De pulchro et bono che non è altro che un commento al quarto capitolo dei Nomi divini. Se aggiungiamo che il Bello è convertibile col Buono giungiamo ad una idea di bellezza molto diversa da quella moderna. Per Dionigi ciò che è bello attira a sé e invita ognuno a seguirlo. Succede, infatti, che ci siano cose estremamente buone per noi che non vengono scelte inizialmente per la loro bontà, ma semplicemente per lo splendore e l’armonia che esse emanano. Possono essere opere d’arte, ma anche azioni o persone che ci colpiscono e che istintivamente, come per una sorta di illuminazione siamo portati ad imitare senza sapere immediatamente esprimere un perché, se non “perché è bello”. Questo richiamo della bellezza creata nasconde sempre una promessa di felicità

5. Dio è la Luce e la fonte di ogni luminosità – Oltre al Bene e al Bello Dio può essere chiamato Luce e fonte di ogni luminosità. Afferma, infatti, Dionigi che «La luce deriva dal Bene ed è immagine della Bontà, perciò il Bene è celebrato con il nome di Luce come l’archetipo che si manifesta nell’immagine. Come, infatti, la Bontà divina superiore a tutte le cose penetra dalle più alte e nobili sostanze fin dentro alle ultime e ancora sta al di sopra di tutte, senza che quelle più elevate possano raggiungere la sua eccellenza e che quelle più in basso sfuggano al suo influsso; ma illumina, produce, vivifica, contiene e perfeziona tutte le cose atte a riceverla; ed è la misura, la durata, il numero, l’ordine, la custodia, la causa e la fine degli esseri». La luce si diffonde ed è immagine del Sommo Bene che anch’esso per sua natura è diffusivo. I medievali proprio commentando Dionigi diranno che “bonum est diffusivum sui”. La luce diviene il simbolo del Bene che è Dio il quale è in cielo in terra e in ogni luogo. Tutto è da Lui illuminato e perfezionato secondo la sua natura. Dio poi è l’ordine, la provvidenza, la misura, il fondamento e il fine di ogni cosa. Ma Dionigi si spinge più in là e con Platone afferma che Dio è paragonabile al sole che illumina ogni cosa, la fa crescere e la riscalda. È, inoltre, la misura e il numero delle ore e del tempo, raduna tutte le cose, le purifica e le eleva chiamandole a sé. Ogni cosa anela e ama il Sommo Bene come sul piano naturale ha bisogno del sole. In particolare, gli esseri intellettuali e razionali sono poi illuminati dalla Luce secondo un movimento di innalzamento che li porta alla verità e alla conoscenza piena che non può essere mai disgiunta dall’amore per il Sommo Bene .

6. Alcune riflessioni sulla cattedrale di Saint Denis – La cattedrale di Saint Denis venne iniziata nel 1136 in onore di San Dionigi protettore di Francia. Fu voluta dall’abate Sugerio del monastero benedettino di Saint Denis nel quale erano conservate le opere di Dionigi Areopagita che a quel tempo si pensava essere lo stesso San Dionigi. L’abate Sugerio era un lettore affezionato del Corpus Areopagiticum e trasse dalle opere di Dionigi un certo modo di concepire l’arte sacra. Come si è visto il pensiero filosofico-teologico di Dionigi è ricco di simboli tanto che una delle sue opere andate perdute o forse mai scritte, ma spesso citate nel Corpus è la Teologia simbolica. La natura rappresenta una manifestazione (epiphania) di Dio il quale lascia le sue tracce in tutto secondo la natura di ogni cosa. La luce diviene la prima manifestazione del Sommo Bene, la sua immagine visibile e uno dei suoi nomi adeguati. Possiamo trovare qui il motivo delle larghe vetrate colorate che lasciano passare la luce all’interno dello spazio sacro. La luce diviene un elemento architettonico vero e proprio delle cattedrali gotiche. Ogni cosa poi viene mossa verso Dio secondo un movimento di elevazione-perfezione. Non possiamo notare come questo aspetto della teologia dionisiana abbia il proprio corrispettivo nella incredibile altezza delle cattedrali gotiche e nella forma tipica dell’arco a sesto acuto e negli archi rampanti che danno leggerezza alla struttura e l’idea di un movimento ascendente. Tutto questo aveva il compito di aiutare la preghiera ricordando il compito di ogni cristiano che è quello di innalzarsi corrispondendo alla grazia luminosa che viene da Dio. L’amore ci ricorda Dionigi è estatico cioè, quando è amore vero si rivolge ad altro da sé secondo un movimento diretto dell’anima, quando ama le creature, e secondo un movimento elicoidale verso Dio quando l’anima fa progressi nella conoscenza del suo Creatore .

 
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