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Ritratto di T.W. Adorno
Di Giuliano Guzzo - 25/05/2009 - Filosofia - 1747 visite - 0 commenti

Tante e tali sono le intuizioni del pensiero adorniano che comprimerle in sintesi senza smarrirne il fascino originale, è senza dubbio ardua impresa; sarebbe un po’ come dover descrivere in pochi cenni l’opera di un pittore tra i più prolifici. Se a ciò si unisce il fatto che l’attività intellettuale di Adorno era adusa all’esplorazione di terreni culturalmente differenti tra loro, si può ben comprendere e apprezzare lo sforzo compiuto da T. Perlini, che nel Suo Che cosa ha veramente detto Adorno (Ubaldini Editore, Roma 1971), riesce nell’offrire al lettore un affresco completo e convincente di uno dei pensatori più acuti del Novecento. Prima di condurre il lettore al cuore della speculazione adorniana, Perlini opera delle precisazioni preliminari volte ad offrire coordinate necessarie a chiunque si appresti, per la prima volta, ad affrontare quel seducente labirinto di intuizioni che è l’opera di Adorno.

Un iniziale chiarimento riguarda quella che in definitiva si può considerare, sia pure con le dovute cautele, la missione che permea la produzione di Adorno, e cioè l’appassionata ricerca di un ruolo e di strumenti idonei ad una figura, quella dell’intellettuale, a serio rischio di estinzione, specie in una realtà che, giorno dopo giorno, si presenta più alienata e più alienante. In particolare dobbiamo tener presente il passaggio chiave che contraddistingue gli anni in cui visse Adorno e in larga parte anche i nostri, e cioè la transizione da un capitalismo concorrenziale ad un capitalismo oligopolistico-organizzato; una transizione che segna l’immigrazione del dominio entro i perimetri stessi delle persone, che vedono così sgretolarsi i rapporti intersoggettivi, fino a divenire sterili ingranaggi di un sistema senza cuore, che si logora senza consapevolezza . Accade così che la ragione sia feticizzata in pura chiave strumentale, trasformandosi da preziosa bussola per la vita quotidiana a trappola infernale. In quest’ottica, dicevamo poc’anzi, la sfera individuale di ciascuno di noi subisce una inarrestabile schiavizzazione a solo beneficio dell’onnipotente produzione, che si annuncia come l’unica vera trionfatrice di un’epoca, quella contemporanea, paralizzata da una patologia feroce quanto ingannevole.

L’ironia della sorte vuole che agli individui sia tolta persino la coscienza di ciò che accade intorno, ma soprattutto dentro di loro: è verso questo urgente risveglio che, a ben vedere, è orientata la scommessa che grande acume decide di fare propria Adorno, non senza farsi cogliere, come si evince in numerosi passi delle sue opere, da un umano pessimismo. Non è possibile, tuttavia, immergerci nei meandri della critica del più celebre dei Francofortesi senza operare una pur rapida ricognizione sulla sua formazione. Adorno vive un’epoca complessa: da una parte ricca di stimoli culturali che vanno dalle tentazioni dell’estetismo raffinato fin de siècle alle nuove tendenze artistiche d’avanguardia, da Rosa Luxemburg alle istanze palingenetiche-libertarie dello spartachismo, dall’altra sono anche gli anni nei quali si registrano con sempre maggior frequenza i segnali di decadenza della civilità borghese. Perlini, nel suo testo, rintraccia in questo turbinio di eventi quel senso di precarietà che con singolare chiarezza traspare da buona parte delle opere che Adorno ci ha lasciato. Anche la componente religiosa gioca un ruolo nient’affatto secondario per l’Autore dei Minima moralia, che non è alieno né da suggestioni ebraiche, in particolare per ciò che concerne quell’umano riscatto tanto caro alla lettura messianica della storia, né da istanze luterane, che viceversa vedono l’uomo affetto da una radicale insufficienza alla quale il solo Intervento Divino può porre rimedio mediante la Grazia.

Ragioni di queste convergenze teologiche di Adorno si possono facilmente reperire se si pensa che fu proprio in quegli anni che il motivo messianico ebraico prese piede, come testimonia tra l’altro anche l’opera di un altro grande pensatore come Ernst Bloch. Le simpatie adorniane per il marxismo sono invece da ascrivere a quello che potremmo chiamare un revival del pensiero hegeliano che negli Anni Venti conosce grande visibilità, soprattutto alla luce della rielaborazione che ne fece Karl Marx; va specificato che l’adesione di Adorno al marxismo non lo porterà mai a rinnegare quelle radici borghese che egli sentiva proprie e verso alle quali non ha mai cessato di riservare sentimenti di sincera nostalgia. Anche la poesia riveste un ruolo non secondario nella formazione di Adorno che, in particolare nel periodo adolescenziale, si lascerà sedurre dai cosiddetti poeti maledetti: Baudelaire, Verlaine, Rimbaud e Mallarmé. Potrà essere una coincidenza, sta di fatto che questi autori sono pressoché tutti caratterizzati da un rapporto difficile con una realtà che fatica ad accoglierli o dalla quale loro stessi, mediante i lori versi, tentano la fuga, evidentemente rapiti da un sentimento di lacerante delusione; non può in proposito non venirci in mente una sia pure relativa analogia col pensiero di Adorno, che da tutto è caratterizzato fuorchè da ottimismo.

Ripetiamo: potrebbe trattarsi di una coincidenza, ma certamente l’attaccamento del giovane Adorno a taluni autori piuttosto che ad altri, del tutto casuale, soprattutto alla luce di quella che poi è stata la sua opera, è difficile che sia stato. Operiamo questa sottolineatura tanto, come si è detto, per quel senso di sfiducia verso una realtà che non tarda a riconfermarsi mendace e malevola, quanto per l’importanza che invece può avere la dimensione del ricordo. Questi brevi cenni, pur nella loro sintesi e parzialità, ci suggeriscono tuttavia con una certa chiarezza un aspetto caratterizzante della figura del nostro autore, e cioè il suo essersi formato, culturalmente parlando, all’incrocio di molteplici sollecitazioni. Peccheremmo però di disonestà se ci riferissimo alla poliedricità intellettuale di Adorno trascurando quella che certamente fu una delle sue più grandi passioni: la musica. Perlini ascrive questo innamoramento artistico di Adoro ad un luogo nient’affatto casuale: Vienna, città dove ancora oggi è possibile respirare l’irresistibile fascino che giganti come Mozart e Schubert vi hanno lasciato. Altra influenza di non poco conto per Adorno sarà quella di Ernst Bloch, l’autore di Spirito dell’Utopia.

Per quanto concerne Kant, autore anch’egli ben conosciuto dal francofortese che tuttavia giungerà a palesare diffidenza nei confronti del neo-kantismo, c’è da dire che sarà soprattutto l’incontro con Horkheimer a farglielo vedere e conoscere in profondità. Oltre a Kant, anche Nietzsche e Kierkegaard contribuiranno a irrobustire la formazione del nostro autore. Sarebbero molti e da approfondire i molteplici aspetti che accomunano e differenziano ciascuno di questi autori con Adorno. Per ragioni di spazio ci limitiamo a sottolineare un dato di fatto, e cioè la predilezione adorniana per autori, non di rado anche sul piano musicale, che prediligono il tema dell’utopia, interpretato al contempo come fonte e come ostacolo al miraggio della speranza. Tornando a Vienna c’è da osservare come, se da un lato questa città ha esercitato un’influenza che non sarebbe esagerato definire irripetibile sul nostro autore, dall’altro è divenuta anche ragione per una nostalgia: col passare del tempo, dinnanzi ad un presente che tutto sembra corrodere, agli occhi di Adorno Vienna, e in particolare il suo teatro d’opera, rimangono come fossili di un passato remoto, ma da rammentare come antidoto alla contemporaneità; è nel teatro che Adorno riesce a percepire un senso della magia che altrove è assente.

Tracce dell’attaccamento allo spettacolo teatrale, sono di tutta evidenza persino nella prosa del francofortese, dominata com’è da un dinamismo dall’inconfondibile sapore drammatico. Quanto al tema del ricordo, urge sottolineare che forse la più grande affinità e influenza è quella tra Adorno e Benjamin, il quale a sua volta ha subito una non trascurabile influenza di Proust; il ricordo inteso in senso proustiano è un riaffiorare del passato particolare, non dettato da schemi e da momenti deliberativi. Detto altrimenti, si tratta di ricordi che emergono a prescindere dall’arbitrio, essendo spontanei e, proprio per quello, imprevedibili. Per meglio comprendere la personalità di Adorno ci si può, inoltre, rifare alle sue affinità con Thomas Mann, anch’egli autore in aperto contrasto con la decadenza di una borghesia e vicino ad un sentimento di romanticismo e illuminismo che, idealmente, entrambi vorrebbero superati in una sintesi di illuminismo transitato oltre il romanticismo. Nel suo testo Perlini però precisa come, mentre Mann parte arrestarsi al riconoscimento di opposti in definitiva inconciliabili, Adorno va oltre, auspicando un superamento che sia insieme negazione ma pure conservazione degli opposti. In questo senso, la negazione stessa deve guardarsi dal rischio di fossilizzarsi e quindi contraddirsi scadendo in negazione metafisica.

Finora, abbiamo offerto uno spaccato generale sulle istanze intellettuali che più di altre hanno contribuito a forgiare l’eccezionale statura intellettuale adorniana: abbiamo visto l’importanza di Vienna come luogo del ricordo e del ricordo come luogo di una libertà aliena dal presente, e ci siamo concessi pure qualche parallelo tra Adorno ed altri autori che alla sua formazione, chi più chi meno, hanno offerto indubbi contributi. L’anima sociologica di Adorno, tuttavia, può e deve essere letta alla luce di un incontro che per gli esiti che ha avuto sul piano culturale sarebbe decisamente riduttivo definire fecondo. Ci riferiamo all’incontro tra Adorno e Max Horkheimer, incontro segnato da una singolare convergenza di vedute e da uno spirito collaborativo vicendevole che davvero moltissimo ha dato alla sociologia critica. Prima di scendere nei dettagli della collaborazione di questi due giganti del pensiero, è doveroso soffermarci, sia pure in rapidità, sulla figura di Horkheimer. Horkheimer, ebreo erede di una importante industria tessile, vede accendersi il suo interesse per il pensiero grazie ad una lettura si Schopenhauer, suo primo amore, culturalmente parlando. Nell’itinerario intellettuale del grande collaboratore di Adorno, troviamo anche Hegel, Marx, Freud. Decisivo e determinante nella sua formazione è stato il legame, per nulla lineare e sereno, avuto col padre. In proposito, i suoi saggi giovanili contengono espliciti riferimenti.

Le doti intellettuali di Horkheimer, decisamente fuori dal comune, lo portano ad essere apprezzato da chi lo circonda anche se, a ben vedere, la svolta decisiva arriva nel 1930, allorquando diventa direttore dell’Istituto di Ricerca Sociale di Francoforte. L’importanza di questo autore, visto alla luce del rapporto che ebbe con Adorno il quale non mancò di lodarlo pubblicamente (si pensi alle lettera del 12 Febbraio 1965 pubblicata su Die Zeit), risiede fondamentalmente nell’unità dialettica di teoria e prassi e nella visione dell’arte come antidoto all’alienazione, giacchè acerrima nemica del culto idolatrante che del resto permea e caratterizza larga parte della contemporaneità, così come viene intesa dai Francofortesi. Per Adorno e Horkheimer l’arte ben incarna la protesa che essa rifiuta di rispecchiare, protesa che conferma il dislivello tra arte e società, entità che le più semplicistiche ma diffuse delle interpretazioni vorrebbero gemelle. Ma in realtà, e su questo i due autori insistono molto, le cose stanno diversamente, dal momento che, come si è detto, ciò che più di tutto pare essere l’anima dell’arte è dinamismo ribelle, volto a demolire la socializzazione coatta e alienante che va per la maggiore. Difficilmente – è il caso di dirlo – si sarebbe potuti arrivare a simili intuizioni intellettuali senza l’incontra tra la raffinata sensibilità estetica di un Adorno e l’impareggiabile intelligenza critico-sociologica d’un Horkheimer i quali, collaborando, non hanno solo sviluppato siffatte teorizzazioni, ma hanno pure conferito loro una complessiva unitarietà.

L’incantesimo dell’accoppiata Adorno-Horkheimer si ruppe negli ultimi anni vita di quest’ultimo che precipitò in uno stato di grande pessimismo, dovuto alla sua raggiunta consapevolezza circa l’impossibilità di esercitare reale influenza intellettuale sul quel mondo così bisognoso, invece, di parole di cambiamento e, soprattutto, di trasformazione. A ciò si aggiungano le esperienze dei totalitarismi novecenteschi, alle cui rievocazioni, a distanza di lustri, anche noi fatichiamo a rintracciar quiete. E’ in questo clima di sconforto che, in Horkheimer, tornò a farsi sentire quel richiamo della religione che egli aveva già sperimentato nella sua prima giovinezza. Le certezze altrimenti raggiunte non reggono, nell’animo di quest’autore, dinnanzi alla dura prova del dolore. In definitiva, le più evidenti differenze tra Adorno e Horkheimer, secondo quanto detto da Oskar Negt, risiederebbero nel fatto che mentre Horkheimer effettivamente riconosce alla civiltà borghese il merito di aver plasmato la personalità autonoma, Adorno in questo presunto merito trova uno degli apici degli inganni perpetrati dalla realtà. Ciò non toglie che la teoria critica così come la si può riscontrare in Adorno, è figlia naturale del pensiero horkheimeriano.

Sorgono però delle differenze notevoli sulla ratio, che Adoro individua come diretta emanazione del potere dominante, forte al punto da agire come avvolto da una pellicola che gli conferisce invisibilità: l’individuo, in altre parole, subisce mediante la ratio un grave avvelenamento del quale – e qui sta il peggio – non riesce nemmeno a rendersi conto. E’ questa la premessa che si deve aver bene in mente se si vuol comprendere cosa poi Adorno vorrà dire quando parlerà dell’espropriazione degli istinti individuali dei soggetti che, subiscono senza accorgersene un’aggressione brutale dalla quale, incredibilmente, non solo escono divorati ma addirittura inebriati, sedotti, compiaciuti. Nemmeno la peggiore delle droghe, viene da osservare, sortisce effetti così luciferini: prima o poi si fa viva, nel tossicodipendente, per quanto debole, una consapevolezza della dipendenza dalla quale egli è attanagliato.

Ebbene, il dominio che spaventa Adorno e che egli descrive è tale che non lascia nemmeno sprazzi minimi di libertà e di ragione, perché è proprio di codesti strumenti che si è impadronito per portare a compimento la propria inarrestabile colonizzazione delle persone. A ben vedere, il piano che Adorno riconosce nella realtà così come lui la vede e descrive, giunge a superare in spietatezza le pur gravi tonalità che Dante riserva alla descrizione dell’inferno. D’altronde anche Karl Marx operava una diagnosi drammatica della realtà e della storia, ai suoi occhi esiti di un dominio feroce e nemmeno remotamente in procinto di tramontare. Non a caso rinveniva nel conflitto di classe, strada tutt’altro che piacevole, l’unico itinerario di liberazione dei soggiogati, incarnati dalla classe operaia. Esiste dunque, negli scritti di Marx, una realtà descritta come infausta ma pur sempre migliorabile, pur sempre aperta ad una guarigione, per quanto tragica e sanguinolenta. Questo perché esiste, dinnanzi al dominio schiacciante, chi può farsi carico della missione liberatrice, e cioè, come si è detto , la classe operaia.

 Negli scritti di Adorno, invece, sembra non esserci possibilità alcuna di liberazione dal dominio. Nemmeno gli intellettuali, nemmeno coloro che possono aspirare ad uno sguardo penetrante e preciso sulla realtà, alla fin fine, godono della possibilità di contagiare con la propria saggezza altri individui, giacchè su di loro cala una paralisi non meno grave della sordità che invece ammanetta le persone meno colte e soprattutto disinteressate a qualsivoglia indagine di carattere sociale o filosofico. Non può, in proposito, non tornare in mente la scena di Ulisse che, per sentire il canto delle sirene, deve accettare uno stato vincolante qual è l’esser legato mani e piedi, mentre i suoi amici marinai son costretti a inibire il loro udito con della certa onde evitare di subire un fascino dal quale è illusorio uscire incolumi. Sull’importanza di questo accostamento tra le intuizioni di Adorno e l’ascolto di Ulisse del canto delle sirene, crediamo sia importante operare ulteriori riflessioni. Su questo aspetto, pertanto, torneremo a discutere tra non molto.

Disponiamo ora di elementi sufficienti sulla personalità intellettuale di Adorno, per operare un approfondimento specifico su quello che con ogni probabilità è uno dei profili di maggior interesse di tutto il suo pensiero. Stiamo parlando della critica alla ragione strumentale, ove si condensano un po’ tutti i contenuti sinora esplorati, sia pure con celeri pennellate. E’ d’obbligo, per meglio metter a fuoco la questione, ricordare che prima di Adorno fu Weber ad occuparsi degli effetti devastanti che può avere un processo di incontrollata crescita del processo di razionalizzazione nella vita degli individui. Come non ricordare, su questo punto, la suggestiva metafora della gabbia d’acciaio. A Weber va riconosciuto il merito di aver, prima di tutti, riscontrato e denunciato il pericolo che comporta la crescente burocratizzazione, diretta conseguenza dell’eccessiva della razionalizzazione delle relazioni intersoggettive. Anche Horkheimer non è rimasto affatto insensibile a questa tematica, anzi, ne articolò convincenti diagnosi. Pensiamo, ad esempio, a quanto ebbe a dire a proposito del darwinismo sociale, che interpretò quale ribellione della natura alla civiltà che poi non conduce che in una repressione aggravata.

Difatti, anche la lotta per la vita arriva ad essere una cinica apologia del capitalismo come espressione di concorrenza. Se ricorriamo a termini quali natura e ragione, possiamo dire come la ratio formalizzata altro non sia che una brutale interruzioni della sintonia tra queste due sfere dell’umano che, benché differenti, negli individui trovano occasione di ideale complementarietà. E’ dunque alla ratio formalizzata che si deve la rottura dell’integrità umana e con essa la consegna della natura al regno dell’irrazionale. Le conseguenze di questo sono tali che oggi, secondo i Francofortesi, la priorità non è tanto la condanna dell’irrazionale, bensì della ragione che esso ha posto in essere. Il rovesciamento della civiltà in barbarie, con la ratio formalizzata, è dunque totale, pertanto totale è la sfida che, qualora fosse possibile, sarebbe da muovere ad essa. Purtroppo, persino la cultura ha tradito il proprio mandato affermando sé stessa come valore, mentre dovrebbe sostanziarsi in desiderio. Infatti, quando la cultura assume oppure aspira ad assumere i contorni del positivo, è già condannata, in quanto rientra essa stessa nel disegno che invece dovrebbe contribuire a far vacillare, se non persino a demolire.

L’unica via d’uscita sarebbe, per la cultura, quella di farsi portavoce di quell’istinto che ha la propria origine nella natura, la stessa natura che un tempo era un tutt’uno con la ragione. Tutto questo dovrebbe avvenire in una prospettiva dialettica capace di liberare il presente dal passato mediante una proiezione su di esso del futuro: è questa, a ben vedere , la sfida della quale la filosofia dovrebbe farsi carico. Quanto all’origine della ragione strumentale, Adorno e Horkheimer ci indicano la svolta illuministica come l’esordio di quella ratio formalizzata che trasformerà la ragione nella negazione di sé stessa. Per meglio rendere l’idea di che cosa realmente sia la ragione strumentale, i Francofortesi fanno richiamo al già citato esempio di Ulisse il quale è costretto a vivere l’incontro con le sirene in una condizione di paralisi che ben esemplifica la prigionia della natura dell’individuo. Secondo quest’ottica, quindi, la ricerca illuministica di una ragione posta al di sopra tutto, finisce col rivelarsi contraddittoria e incoerente fino ad arrivare a porre in essere una condizione di inaudita barbarie.

L’analisi di Adorno e Horkheimer - ci sentiamo di dire - convince, e non solo in prospettiva filosofica o sociologica: sono gli stessi eventi storici a confermare come siano da ricercarsi nella forsennata esaltazione della Dea Ragione le basi dei totalitarismi novecenteschi; non per niente diversi studiosi sono arrivati a dire che senza quel “banco di prova” che fu la Rivoluzione Francese, i regimi di Hitler e Stalin non sarebbero stati gli stessi. Lo stesso Alexis de Tocqueville, che pure non vide il Novecento, riteneva, guarda caso, il fenomeno totalitario il naturale esito della Rivoluzione. Per offrire riscontri a queste affermazioni, che non dubitiamo potrebbero suonare “pesanti” agli orecchi di molti, potremmo cominciare col dire che nella Rivoluzione Francese si sono verificate tre tra le tipiche mosse politiche dei regimi totalitari: la propaganda volta all’omologazione, l’oscurantismo culturale e la pratica di sterminio di massa.

La propaganda volta all’omologazione si può intravedere nella sbalorditiva pubblicazione di giornali che investiva Parigi negli anni a ridosso della Rivoluzione: ci dicono gli storici che nel 1789 nacquero in Francia dai 140 ai 190 periodici (solo a Parigi c’erano 23 quotidiani) per lo più, non è difficile intuirlo, inneggianti la politica dei rivoluzionari. Tanto per rendere l’idea, i quotidiani distribuiti a Parigi in quel periodo arrivavano quasi a superare la tiratura dell’intera Inghilterra, che a quel tempo era la capitale europea della carta stampata. L’oscurantismo culturale si può invece rintracciare nel paradosso secondo cui, mentre venivano stampati in così gran numero giornali e mentre proliferavano le testate, crollava il tasso di alfabetizzazione della popolazione; basti dire che mentre nel 1788 il 43% dei francesi sapeva scrivere, dopo la Rivoluzione quella fascia di popolazione è calata al 39%. D’altronde, il disprezzo, del tutto paradossale rispetto agli ideali enunciati, dei devoti della Dea Ragione, si conferma anche in un altro episodio, grave quanto emblematico: la decapitazione di Antoine-Laurent de Lavoisier, il fondatore della chimica moderna. Gli “Illuminati” rivoluzionari si resero autori anche di uno sterminio di massa notevole: in Vandea, su 600.000 abitanti, ben 250.000 furono atrocemente massacrati e interi villaggi rasi letteralmente al suolo. Abbiamo operato questa breve panoramica storica, che poggia su dati di fatto che nessuno storico osa metter in discussione, per sottolineare come vi siano, oltre che sul piano filosofico, anche sul piano fattuale, buone anzi ottime ragioni per credere, come Adorno aveva capito e denunciato, che una ragione idolatrata può molto rapidamente capovolgersi nella negazione di se stessa, fino al punto di farsi carico di crimini e carneficine. A queste conclusioni Adorno e Horkheimer approdano non tanto consultando il dato storico, bensì passando al setaccio il pensiero di tre autori chiave: Sade, Kant e Nietzsche.

Da un’attenta e sistematica analisi di questi tre pensatori, ad Adorno e al suo celebre collaboratore fu evidente il rischio di una degenerazione della ragione in mero strumento, che in quanto tale nulla può dinnanzi agli eventi della realtà. Peggio: se la ragione diviene mero strumento, non solo tradisce il proprio ideale mandato, ma finisce con l’essere il cavallo di troia per il dominio, che così può definitivamente immigrare negli individui sottraendo loro anche la più remota possibilità di liberazione. Alla stessa scienza, rebus sic stantibus, non resta che subire un brutale declassamento in tecnica. Abbondano anche qui infiniti riferimenti alla realtà, anche a quella di più stretta attualità. Pensiamo, molto semplicemente, alle grandi questioni della bioetica: coloro che si prodigano per allargare senza limite alcuno la sperimentazione sugli embrioni, la creazione degli embrioni-chimera, per diffondere la pratica dell’utero in affitto e altre tecniche assai discutibili, a ben guardare, altro non fanno che propugnare l’immagine di una scienza che non deve porsi nessuna domanda, ma deve solamente agire, giacchè tutto ciò che è possibile sarebbe pure legittimo.

Un tempo gli scienziati, da Galileo a Newton, da Cartesio ad Einstein, erano anche cultori del pensiero, mentre oggi, alla luce di quei ragionamenti accennati poc’anzi, c’è il rischio che appunto la scienza si riduca sempre più a pura tecnica, svincolata totalmente da quella stessa etica che un tempo, a dire il vero nemmeno troppo remoto, ne costituiva il timone. La neutralizzazione etica operata tutt’oggi dalla ragione strumentale conduce, non di rado, a tragicomici paradossi: si pensi, ad esempio, alle prese di posizioni di molti che non batterebbero ciglio dinnanzi a qualsivoglia sperimentazione sulla vita umana foss’anche la clonazione, per poi scagliarsi contro la presunta tossicità degli Ogm: la sperimentazione sull’uomo viene dunque tollerata, quella sulla natura no. Un altro esempio, probabilmente ancora più convincente, di come la ratio formalizzata arrivi a incarcerare e nullificare la vera ragione fino a condurla al proprio assurdo, si può ritrovare pensando al fatto che fu sotto Adolf Hitler, vale a dire sotto il regime che lucidamente pianificherà quella soluzione finale nelle camere a gas che ancora oggi - giustamente - non smette di scioccare, che furono redatte delle norme per la protezione degli animali che, fino a prova contraria, sono tutt’ora vigenti nelle loro linee generali. Com’è possibile concepire un disegno normativo efficace per la protezione degli animali laddove si pianifica il massacro di milioni di esseri umani innocenti?

 Una strumentalizzazione corrosiva della ragione, così come la denuncia Adorno, può aiutarci molto a rispondere a questi ed altri interrogativi. E’ per questo che, a mio parere, le intuizioni di Adorno non solo vanno lette e ricuperate come folgoranti anticipazioni di quello che si verifica oggi: non è solo la loro carica profetica a meritare attenzione. Buona parte di quello che Adorno temeva e sollevava come allarme quanto meno da arginare, è tutt’oggi realtà, come dimostrano anche questi pochi esempi. L’idea di un mondo dove il capitalismo, da ricetta economica anche seducente, si trasformi in nuova religione di massa, tesa a fare, per così dire, dell’homo sapiens un homo oeconomicus , è tutt’altro che superata, anzi, giorno dopo giorno sempre acquisire credibilità. La corrosione dei rapporti intersoggettivi, che oggi trova tragici riscontri nell’evanescenza delle unioni matrimoniali così come nel verificarsi sempre più crescente di crimini efferati, Adorno l’aveva compresa, studiata, temuta. Non per nulla vedeva nel rapporto tra madre e figlio una delle poche isole di libertà rispetto a quelle dinamiche relazionali dominate dalla ratio: la madre infatti ama incondizionatamente il frutto del proprio grembo, diversamente da quella logica gelida del do ut des che oggi tende a permeare tanto il luogo di lavoro quanto, purtroppo, gli ambiti affettivi.

Come abbiamo già avuto occasione di chiarire, la diabolicità del dominio totalizzante risiede sia nei suoi effetti perversi, sia nell’invisibilità, per così dire, del suo modus operandi: è come un inafferrabile serial killer che miete vittime senza lasciar mai tracce, impronte o indizi. Neppure i più abili degli inquirenti, che in questo caso sono incarnati dagli intellettuali e nella fatti specie dallo stesso Adorno, possono nulla contro questo killer giacchè pure loro, volenti o nolenti, ne sono vittime, in quanto animali sociali, come direbbe Aristotele. Dobbiamo però prendere atto di come, benché certo non entusiasta o dominato da ingenua euforia, lo sforzo intellettuale di Adorno non si sia arenato in uno stadio di rassegnazione. La prova del nove, pensandoci, è la sua stessa opera: avrebbe prodotto opere di così sofisticato livello, anche stilistico, se si fosse convinto della totale inutilità di qualsivoglia denuncia sul tema? Evidentemente no. L’impressione che si ricava è che in realtà quello di Adorno sia, alla fin fine, una forma di realismo, governata però da una consapevolezza intellettuale anomala per statura e penetrazione; egli è riuscito a cogliere tratti del nostro tempo che intere schiere di pensatori, anche contemporanei, ignorano o si rifiutano di affrontare.

Ragioni del suo acume, oltre che nella sua biografia fatta di passioni culturali vissute con pienezza, sono a mio avviso riscontrabili nel suo esser poliedrico e attivo su diversi fronti, non ultimo quello musicale, il che certamente ha incrementato la sua sensibilità facendo di lui quell’eccelso pensatore che tutti conosciamo. Dicevamo poc’anzi che può sorger la tentazione di etichettare Adorno come pessimista, soprattutto se si valuta con attenzione la portata della sua denuncia al dominio totalizzante al punto di permeare e asservire la ragione degli individui alla propria causa di espansione incontrollata. La realtà è che quello che denuncia Adorno, effettivamente, lascia ben poco all’ingenuità di chi crede che basi un testo giuridico, per quanto ispirato, oppure la diffusione di talune sensibilità culturali a discapito di altre, per mutare un malessere del quale oggi conosciamo, in effetti, solo medicine in grado di alleviare momentaneamente gli effetti. Soprattutto va considerato come il circuito comunicativo, che Adorno a suo tempo identificava (e criticava) nella radio, ha conosciuto, come tutti sappiamo, uno sviluppo abnorme e impossibile da quantificare tanto è capillare e dinamico. Mi soffermo su questo perché non è esagerato dire che se solo Adorno avesse visto come oggi uno dei principali veicoli del suo tanto temuto dominio, la comunicazione per l'appunto, si è sviluppata, probabilmente egli avrebbe dovuto articolare in modo differente i propri studi, ammesso che non si sarebbe fatto cogliere da un senso di sconforto dinnanzi alla inarrestabile macchina comunicativa.

Ricordiamo infatti che, mentre Gramsci parlava dell’intellettuale nazionalpopolare capace di parlare alla gente e non certo in fuga dall’agorà mediatica, e mentre Pasolini accusava l’omologazione della società direttamente dalle colonne del Corriere della Sera quando non persino dagli schermi televisivi (sfidando la televisione e la sua “intollerante ufficialità”), Adorno guarda con una certa diffidenza ai media, che interpreta come ennesime falangi di quel golemico potere che tutto fagocita nell’individuo, facendolo marcire dal proprio interno, al pari di un batterio letale. Anche qui, è difficile non concordare con Adorno quando, come si è detto, vede nel sistema di comunicazione di massa l’ennesimo attacco del sistema sull’individuo. Personalmente però ritengo che, per conferire al proprio ruolo, soprattutto dinnanzi alla difficilissima sfida contro il dominio della ragione strumentale, l’intellettuale dovrebbe accettare di “sporcarsi le mani” e di incanalare i propri messaggi e i proprio contenti nella comunicazione di massa.

E’ vero: così facendo si contribuisce, sia pure indirettamente, a legittimare ancora una volta il sistema che si dovrebbe invece mirare a de-costruire. Ma è anche vero che, da che mondo è mondo, e come insegna proprio il cavallo di troia di omerica memoria, è operando una strategia intestina al nemico che lo si può sconfiggere. In altre parole, a mio avviso, si dovrebbe , senza farsi cogliere dalla puerile ansia di chi crede di risolver tutto nell’immediato, servirsi del dominio per poi destrutturarlo. Come? Iniettando nella comunicazione situazioni e contenuti che rompono l’omertà dell’informazione su molte tematiche attuali, non ultimi proprio quegli effetti perversi cui conduce la ratio formalizzata. Dopotutto non è il dominio stesso a distruggere l’individuo dal proprio interno? Si tratterebbe, alla fin fine, di imitarlo. Ripeto: è di tutta evidenza che, qui ed ora, niente potrebbe cambiare, ma dobbiamo tener presente che la situazione odierna è un qualcosa frutto di sedimentazioni continue sul piano cronologico, addirittura è l’esito di secoli.

Pertanto dovremmo esser pazienti e riprendere a nostra volta gli insegnamenti che grandi maestri come Adorno ci hanno lasciato, tentando di volta in volta di attualizzarli per migliorarli in efficacia. Il tutto con la pazienza, aggiungerei anche con la speranza, di chi non accetta una sottomissione viscerale che altrimenti continuerebbe ad incrementare il proprio dominio, in modo incessante. Rifiutare ogni tentativo di cambiamento, io credo, non sarebbe solo un modo irresponsabile di disinteressarsi delle generazioni future, ma sarebbe anche una colpevole rimozione di quello che i grandi del passato, Adorno in primis,ci hanno lasciato. E’ sulle loro spalle che dobbiamo salire, se vogliamo intravedere un futuro diverso.

 
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