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Un giornalista contro Hitler
Di Francesco Agnoli - 25/02/2009 - Storia del Novecento - 2475 visite - 0 commenti

Le vicende della “notte dei lunghi coltelli” sono, nelle loro linee essenziali, piuttosto note. Eppure il bellissimo libro di Ovidio Dallera e Ilsemarie Brandmair, Un giornalista contro Hitler, appena edito da Mursia, offre alcuni interessanti approfondimenti. Siamo nel 1934 e le Sa guidate da Ernst Rohm, un uomo violento, dissoluto, celebre per i festini omosessuali con altri capi della sua milizia, ha contribuito a portare Hitler al potere, terrorizzando qualsiasi oppositore prima del 1933. Ma quando Hitler diviene cancelliere, e poi dittatore, qualcosa si incrina, tra i due vecchi e inossidabili camerati. Il Fuhrer tedesco, infatti, vuole trovare un modus vivendi con gli industriali e con l’esercito, che non vedono di buon occhio le Sa. Il nazionalsocialismo, infatti, è andato al potere anche per le sue idee collettiviste, di sinistra. Rohm, “che viene da una famiglia povera, detesta tutto quello che sa di destra economica: le grandi imprese, l’alta finanza, i nobili…da cui tradizionalmente provengono i quadri dell’esercito”. Per questo insiste con Hitler: abbiamo fatto una rivoluzione nazionalsocialista, cioè anche socialista.

Ma Hitler, che possiede, a momenti, un forte realismo, decide di fare fuori Rohm e le Sa, ormai divenuti un ostacolo nella scalata al potere. Forse Rohm è addirittura un pericolo per la vita stessa di Hitler, perchè sembra che, forte dei suoi 4 milioni di iscritti, abbia progettato di sostituirsi a lui e di ucciderlo. La notte dei lunghi coltelli è, appunto, questo regolamento di conti: Hitler che fa eliminare Rohm e i capi delle Sa, affinché la rivoluzione non gli sfugga di mano. Ogni dittatore, si sa, ha le sue purghe da effettuare. Sin qui, dicevo, le vicende più note. Cosa aggiunge allora il libro citato? Un altro importante tassello: la notte dei lunghi coltelli non fu solo una lotta fratricida, ma anche l’uccisione, urgente, degli uomini che Hitler riteneva più pericolosi, all’esterno. Tra questi, oltre al presidente dell’Azione Cattolica, Erik Klausener, il sacerdote giornalista Bernhard Stempfle, che a suo tempo “ha avuto la ventura di avere tra le mani una lettera compromettente di Hitler alla nipote Geli Raubal” e, soprattutto, Fritz Michael Gerlich.

Fritz è un ricercatore di storia, un archivista, di chiara fede anticomunista. Nel 1920 pubblica “Il comunismo come dottrina del moderno millenarismo”, in cui appunto ricollega il marxismo alle eresie medievali, al loro fanatismo utopico e omicida. Anche i comunisti, scrive, hanno l’idea del male assoluto, il capitale; immaginano un paradiso, la società comunista; propongono un messia salvatore, il proletariato. Proprio nel 1920 Gerlich diventa direttore del più forte quotidiano della Germania meridionale, il Munchner Neueste Nachrichten; è lo stesso anno in cui Hitler riesce a comperare un altro giornale di Monaco, il Volkischer Beobachter. La lotta tra i due giornali scoppia quasi subito, ma divamperà col tempo. Infatti, un giorno, un giornalista cattolico di Gerlich, tale Aretin, viene inviato a fare un servizio sulla mistica Teresa Neumann: una giovane di 29 anni, paralizzata e cieca che, a quanto si racconta, ha improvvisamente riacquistato la vista e la possibilità di camminare e ha visioni, estasi e stigmate sanguinanti. Inoltre, se ciò non bastasse, non mangia nulla, tranne l’ostia consacrata, per moltissimi anni. Gerlich non crede a Teresa, e dopo il servizio entusiasta di Aretin, decide di partire lui stesso, certo di poter smascherare l’inganno. Ma tornerà completamente cambiato, e da allora continuerà a visitare periodicamente da Teresa, accompagnato da medici e professori. Una volta vi si reca con un docente di filologia semitica, protestante come lui, Johannes Bauer, che testimonia: Teresa sa parlare l’aramaico dei tempi di Gesù! Gerlich si converte e trasforma anche il suo modo di fare giornalismo: la minaccia nazista gli diventa sempre più chiara. Comprende che il nazismo è profondamente e irrimediabilmente anticristiano ed antiumano. Nel 1930 diventa direttore dell’Illustrierter Sonntag, che viene stampato dallo stesso tipografo del giornale di Hitler. Il duello tra Gerlich e i nazisti si fa sempre più ravvicinato.

Gerlich li attacca, e continuerà a farlo anche quando fonderà, insieme a un padre cappuccino, padre Naab, un altro giornale, dichiaratamente cattolico, “Gerade Weg”, “La retta via”. Gerlich mette sotto accusa la politica anticristiana dei nazisti, la loro idea di eliminare i crocifissi, il razzismo: arriva a fare fotomontaggi “in cui un negro con il volto del Fuhrer tiene a braccetto una negra”. Ogni giorno rischia la morte, riceve minacce di questo tenore: “Faremo la festa a lei e alla sua nera congrega, erigendo un rogo con tutte le croci di Cristo, di quel Cristo che è nato da una pu****a ebrea”. Il suo giornale è l’unico a dare filo da torcere ai nazisti, a pubblicare servizi compromettenti per i gerarchi, grazie ad un collaboratore segreto ben introdotto ai vertici del partito. Nel 1934 la Gerade Weg è il primo bersaglio delle Sa di Rohm. Gerlich rinuncia a scappare, pur potendo, e viene preso prigioniero, invitato a suicidarsi, pestato a sangue. Sembra abbia documenti segreti sull’incendio del Reichstag, sulle trame di Rhom e le prove che Hitler ha ucciso di sua mano la nipote Geli. La notte successiva a quella dei lunghi coltelli, mentre altri giornalisti, dopo minacce e “raccomandazioni” varie, sono liberati, Gerlich viene ucciso. All’amata moglie verranno inviati solo i suoi occhiali, macchiati di sangue. Ma forse, allora, vedeva già “faccia a faccia”. Il Foglio, 19/2/2009

 
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