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La rivoluzione romana del 1848.
Di Angela Pellicciari - 02/01/2008 - Storia del Risorgimento - 1570 visite - 0 commenti

Ci è stato insegnato che nel 1849 la popolazione romana oppressa dal millenario giogo pontificio risorge a nuova gloria sotto la guida di un triumvirato (Mazzini, Saffi, Armellini) che le ridona la libertà. Quello che è certo è che gli uomini che hanno liberato la città eterna erano tutti, o quasi, rigorosamente stranieri. Il fatto è strano.

Come si fa a ritenere che il genovese Mazzini, il nizzardo Garibaldi, il genovese ministro della guerra Avezzana, il friulano Dall’Ongaro direttore del giornale ufficiale «Monitore Romano», il napoletano Saliceti redattore della Costituzione (l’elenco è lungo) e tutti i rivoluzionari che da ogni dove calano a Roma, possano occuparsi delle città eterna con più lungimiranza del papa e dei romani? Questo paradosso si spiega tenendo presente che Roma rappresentava (e per molti ancora oggi rappresenta) non una città con la sua concreta realtà ma una Idea, un ideale universale. Mazzini lo dice a chiare lettere: a chi dice «Roma è dei Romani», bisogna rispondere: «No; Roma non è dei Romani: Roma è dell’Italia: Roma è nostra perché noi siamo suoi. Roma è del Dovere, della Missione, dell’Avvenire».

 E quelli che non sono d’accordo? quelli che sono e vogliono restare cattolici, cioè quasi tutti? «I Romani che non lo intendono non sono degni del nome». Nello scritto redatto Per la proclamazione della Repubblica Romana Mazzini proclama: «Roma, la Santa, l’Eterna Roma, ha parlato». Cosa ha detto Roma per bocca di Mazzini, suo profeta? Che è ora che il potere non spetti più ai papi ma appartenga per intero ai migliori: «Noi vogliamo porre a capo del nostro edifizio sociale i migliori per senno e per core, il Genio e la Virtù». Va da sé che Mazzini ritiene sé stesso il migliore dei migliori. E infatti: «Mazzini era tutto, regolava tutto. Egli era in trono; papa, re, negoziatore, legislatore, cospiratore supremo, e tutto e tutti ai suoi ordini obbedivano», racconta lo storico romano contemporaneo Paolo Mencacci. I rivoluzionari dell’Ottocento sono assolutamente certi, proprio come i loro successori del XX secolo, di avere ragione. Scrivendo nel lontano 1832 Mazzini esprime bene questa convinzione: «LE RIVOLUZIONI, generalmente parlando, NON SI DIFENDONO CHE ASSALENDO [...] se non è guerra d’eccidio, se non è guerra rivoluzionaria, guerra disperata, cittadina, popolare, energica, forte di tutti i mezzi, che la natura somministra allo schiavo dal cannone al pugnale, cadrete e vilmente!». Dalle parole ai fatti. Pio IX, da Gaeta dove è fuggito, descrive la situazione romana in termini drammatici. I rivoluzionari, ricorda, sbandierano ai quattro venti di volere la libertà per tutti ed in particolare per la chiesa.

Ebbene, commenta, questi sono i fatti: è impedita al pontefice ogni tipo di comunicazione vuoi col clero, vuoi con i vescovi, vuoi con i fedeli di Roma; la città si riempie di uomini (apostati, eretici, comunisti e socialisti, come si definiscono) provenienti da tutto il mondo pieni di odio nei confronti della Chiesa; i liberali si impossessano di tutti i beni, redditi e possedimenti ecclesiastici; le chiese sono spogliate dei loro ornamenti; gli edifici religiosi dedicati ad altri usi; le monache maltrattate; i religiosi assaliti, imprigionati ed uccisi; i pastori separati dal proprio gregge ed incarcerati. Questa la libertà che viene realizzata. Le società segrete, prosegue Pio IX, non si limitano a perseguitare la Chiesa, mettono in pericolo l’ordine e la prosperità della società civile: l’erario pubblico è dissipato e ridotto a nulla; il commercio interrotto e quasi inesistente; i privati derubati dei loro beni da coloro che si definiscono guide della popolazione; la libertà e la stessa vita di tutti i sudditi fedeli messa in pericolo. Il papa mette in guardia i cattolici: il vero fine delle società segrete (che non esitano ad utilizzare a questo scopo lo stesso nome di Cristo) è la totale distruzione della Chiesa cattolica. I rivoluzionari accorsi a Roma da ogni dove, duramente condannati dal papa, godono dell’appoggio della popolazione? A leggere quanto scrive Luigi Carlo Farini, personaggio di primo piano del mondo liberale e futuro presidente del Consiglio, sembrerebbe proprio di no.

Ne Lo stato romano dall’anno 1814 al 1850 Farini scrive: «Fra gli inni di libertà, e gli augurii di fratellanza erano violati i domicilii, violate le proprietà; qual cittadino nella persona, qual era nella roba offeso, e le requisizioni dei metalli preziosi divenivano esca a ladronecci, e pretesto a rapinerie». La situazione nel contado è diversa, più favorevole ai repubblicani? A giudicare dalle Memorie di Garibaldi sembra proprio di no. Scappando da Roma dopo l’intervento delle truppe francesi che riportano Pio IX in città, il generale così descrive l’accoglienza della popolazione: «mossomi da Tivoli verso tramontana per gettarmi tra popolazioni energiche e suscitarne il patriottismo, non solo non mi fu possibile riunire un sol uomo, ma ogni notte[...] disertavano coloro che mi avean seguito da Roma». Cosa fanno, poi, i rivoluzionari che disertano? «I gruppi di disertori si scioglievan sfrenati per la campagne e commettevano violenze d’ogni specie». Bisogna dirlo: la libertà che trionfa nella Roma del 1849 è la libertà di quanti non vogliono più che la Rivelazione -e la chiesa che la interpreta- mettano freni o limiti alla volontà di potenza di quanti si ritengono “illuminati”.

 
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