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Napolitano e la guerra in Libia
Di Francesco Mario Agnoli - 25/06/2011 - Esteri - 1104 visite - 0 commenti

Se il Presidente della Repubblica esprime giudizi politici deve inevitabilmente accettare il dissenso pur se espresso con tutto il rispetto dovuto al suo ruolo. E giudizi politici sono sicuramente quelli da lui formulati sulla impossibilità/inopportunità di un ritiro unilaterale del nostro Paese dalla guerra di Libia o anche solo dai bombardamenti Nato, come richiesto dal ministro Maroni a Pontida e prima, e, ancor più, sulla natura positiva, umanitaria e democratica di quella guerra, voluta da un Sarkozy alla ricerca di un recupero del proprio futuro politico attraverso un gesto napoleonico.

Del resto è molto probabile che su entrambi i temi il presidente della Repubblica non sia in sintonia con la maggioranza del popolo italiano, che ancora si interroga (senza risposte) sulle ragioni di questa guerra e assiste con spavento all'arrivo di masse umane di emigranti, costretti ad abbandonare la Libia, dove avevano trovato casa e lavoro (per la quasi totalità si tratta non di libici, ma di abitanti dell'Africa nera) non dal feroce tiranno Gheddafi, ma dai bombardamenti umanitari voluti non dall'Onu, che non li ha mai autorizzati (tanto meno sulle città), ma dalla triade Obama (già pentito e, a sua volta, in ritirata), Sarkozy, Cameron.

In ogni caso, al di là delle parole del Presidente, si pone una questione di fondo, riguardanti le misteriose ragioni per le quali sull'Italia devono sempre gravare doveri di impegno, partecipazione e coerenza diversi e ben più pesanti di quelli dei suoi partners in Europa e nella Nato.

Perché mai solo l'Italia deve stare sempre sul banco dello scolaretto, tenuto a dimostrare qualcosa a se stesso, ai troppi maestri e a tutti gli altri, compagni di classe inclusi? Dei ventotto Paesi che fanno parte della Nato solo otto partecipano alla guerra e dal primo di agosto saranno soltanto sette, perché, esattamente come hanno fatto molti altri Stati inizialmente impegnati in Iraq, la Norvegia si ritira da una spedizione che alla sua iniziale inutilità ha aggiunto una troppo lunga durata.

Perché all'Italia non è consentito, una volta avvedutasi dell'errore commesso, fare quello che è invece consentito alla Norvegia? Sul Corriere della sera Franco Venturini la butta in termini di credibilità (ma anche per questa voce non spiega perché i nostri partners restino credibili anche senza partecipare alla guerra e invece a noi tocca essere presenti su tutti i fronti). Quanto poi alla Norvegia spiega che col ritiro l'Italia diventerebbe, “con tutto il rispetto”, una Norvegia e “Napolitano non lo vuole”.

Ovviamente il Presidente della Repubblica si è ben guardato dal fare confronti ai danni della Norvegia, e personalmente sono convinto che, questione libica a parte, sarebbe ben contento, come gran parte di noi, se l'Italia fosse come la Norvegia, un paese che, del resto, per decenni ci è stato indicato (in quel caso esagerando in senso opposto al Venturini), assieme ai suoi fratelli scandinavi, come un ammirevole modello di civiltà e di democrazia.

Ma il problema resta quello della posizione dell'Italia ancor prima che nel consesso delle nazioni, nel giudizio dei popoli. Nemmeno ci si accorge che se si riconosce che la Norvegia (e altri) possono fare quello che a noi non è consentito, si ammette che quei paesi sono migliori di noi, costretti invece a riguadagnarci una stima sempre a rischio un giorno sì e l'altro pure, sicché restano credibili e coerenti anche se fanno cose a noi non consentite. (La Voce)

Nella foto: Napolitano con Ceaucescu, ai tempi in cui la libertà dei popoli stava nel comunismo

 
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