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Il criminologo Steffenoni spiega che sulla pedofilia dei preti c’è “furore ideologico”.
Di Francesco Agnoli - 03/04/2010 - Attualità - 1657 visite - 0 commenti

Milano. Luca Steffenoni è un criminologo milanese che svolge “la sua attività di studioso e consulente in collaborazione con enti e istituzioni nazionali e comunitarie”. L’anno scorso, per Chiarelettere, ha pubblicato un interessante volume, intitolato “Presunto colpevole”, nato dalla sua esperienza nell’ambito di processi per pedofilia.

Nel testo affrontava il drammatico problema di chi soffia sul fuoco, di chi sfrutta “pro domo sua” il dramma terribile che è l’abuso di minori. Aveva raccontato, sulla scorta della sua esperienza professionale, come l’accusa infamante sia talora motivata da odi, vendette, rancori familiari, ad esempio in seguito a un divorzio. Inoltre, senza certamente voler sminuire il problema della pedofilia nella nostra società, aveva messo in guardia dalla caccia alle streghe e dai processi mediatici. Poco dopo la pubblicazione del libro, intervistato dal giornalista trentino Alberto Piccioni, alla domanda “Come giudica i casi dei preti pedofili?”, aveva rilasciato una dichiarazione interessante che mi sembrava rispecchiare la mia personale esperienza e quella di chi, come mio padre, lavora da tanti anni in magistratura.

Diceva Steffenoni: “La questione chiesa è molto complessa. Ci sono diverse questioni che si intrecciano. E’ diventato quasi un facile luogo comune quello del prete pedofilo. C’è un problema di omosessualità nella chiesa che i vertici ecclesiastici faticano ad affrontare. Invece di risolvere i casi di pedofilia pagando risarcimenti alle vittime dovrebbe avere il coraggio di analizzare caso per caso. Da laico però ho la sensazione che spesso dietro certe accuse si celi la frustrazione del mondo laico che non riesce ad attaccare la chiesa su tematiche più ‘forti’ e slitta sull’attacco ‘facile’” (L’Adige, 5 ottobre 2009).

Di fronte alla marea montante di accuse, e diffamazioni, di luoghi comuni e condanne indiscriminate di questi giorni, ho riproposto al criminologo la stessa domanda: non le sembra che l’attacco alla chiesa con l’accusa di pedofilia sia strumentale? Che nasca non tanto dal desiderio di affrontare una piaga che purtroppo si diffonde in tutta la società, ma da altri scopi?. Steffenoni, reduce da Strasburgo, proprio per motivi di lavoro relativi alla pedofilia, risponde in modo articolato: “Ritengo che l’aspro dibattito in corso sulla pedofilia nella chiesa sia fortemente viziato da pressioni ideologiche, tendenze plebiscitarie pro o contro l’istituzione ecclesiastica, ipe- remotività, furore ideologico ed errori nella politica e nella comunicazione della chiesa che allontanano dalla verità e dalla vera tutela dei minori nonché delle vittime reali. Se prendiamo l’ultimo grave caso emerso nella chiesa tedesca ci rendiamo subito conto di come i media l’hanno riportato, sottacendo l’elemento temporale (si tratta di casi avvenuti più di cinquanta anni fa, in un contesto socioculturale assai diverso da quello attuale) nonché la difficoltà a entrare nel merito di vicende nelle quali molti dei protagonisti sono deceduti e nelle quali l’elemento psicologico è determinante”.

E prosegue: “Diciamo subito che abusi sessuali veri, e sottolineo il concetto per distinguerli dai falsi altrettanto numerosi e drammatici, negli ambienti parrocchiali ci sono sicuramente stati e ci sono tuttora, circostanza inevitabile in tutti i luoghi nei quali il rapporto tra minori e adulti è assai stretto. L’unico elemento di differenziazione rispetto alla scuola, ai collegi militari, agli orfanotrofi, alle case d’accoglienza, agli ambienti sportivi è che indubbiamente l’elemento sessuale (e non mi riferisco al celibato altrimenti non si spiegherebbe il dato sui preti protestanti regolarmente sposati) nella chiesa ha un rilievo catartico e simbolico molto forte, da laico direi anche eccessivo. Per la mia esperienza non penso che tra i preti si annidino più pedofili che altrove, semmai si cela una pedofilia diversa sotto il profilo psicoanalitico, fortemente intrisa di senso del peccato e di omosessualità repressa”.

Detto questo, la chiesa cattolica, soprattutto quella italiana, al fianco di una certa omertà su singoli fatti reali, paga secondo Steffenoni “pesantemente la sua assenza nel dibattito sui falsi abusi che stanno corrompendo la sacrosanta lotta alla pedofilia”. La chiesa, “annichilita e terrorizata dallo scandalo, si rende ostaggio di frustrazioni laiche e di interessi di parte, sia ideologici che economici, entrati prepotentemente nel processo penale per abusi e in una magistratura sempre più ideologizzata. Le istituzioni cattoliche, ma anche i giornali cattolici, hanno rinunciato ad andare a vedere caso per caso, indizi, metodi inquisitori, ricerca delle prove, contribuendo inevitabilmente ad alimentare un sistema nel quale verità e falso si mescolano sempre di più con grave danno delle reali vittime”.

Al momento, infatti, “in molti tribunali italiani il processo per abusi si basa su un impianto ideologico, teorizzato da molti magistrati, per il quale la presunzione di colpevolezza dell’adulto è un dato di fatto. E se l’imputato è un prete la presunzione è doppia”. La teoria del “bambino ha sempre ragione” anche quando può essere manipolato, e del “disvelamento progressivo, per il quale qualsiasi contraddizione nel racconto del bambino viene sanata, la psicologizzazione del processo per la quale si considera scienza ciò che è solo teoria, rendono impossibile qualsiasi difesa. Il processo per abusi viaggia oltre i confini dei minimi diritti civili e costituzionali, è terra di nessuno dove il magistrato si è ritagliato un potere discrezionale assoluto”.

Per il criminologo, il risultato sono casi come quelli di don Giorgio Carli, sacerdote di Bolzano “condannato a sette anni e sei mesi in appello, sull’unica base di un sogno fatto da una parrocchiana; delle suorine della Val Seriana, pervicacemente accusate delle più ignobili azioni, condannate a pene abnormi e salvate in appello solo quando, tra mille pudori, si è potuto accertare che quel seno su cui si sarebbero soffermate le voglie lascive di una delle due, semplicemente non c’era perché la poveretta (di 74 anni) ne era stata privata da un tumore”. E ancora, la vicenda incredibile di don Giorgio Govoni, parroco amatissimo di Massa Finalese “messo al centro di un processo dai contorni satanisti, morto d’infarto alla lettura della sentenza di primo grado e assolto alla memoria in appello quando tutto l’impianto accusatorio falsificato dall’accusa è venuto giù come un castello di sabbia”.

La domanda è: dove erano le istituzioni ecclesiastiche e l’informazione cattolica mentre avvenivano questi scempi? Spesso, per Steffenoni, “il pagamento immediato dei risarcimenti non fa che ampliare il fronte del problema, mentre qualsiasi accusato che veste l’abito religioso è lasciato da solo a fronteggiare le accuse. Se il sistema repressivo non recupera un minimo di credibilità avremo sempre più innocenti in galera e colpevoli a piede libero, perché un sistema non credibile produce come primo effetto l’omertà contribuendo a celare sempre più le vere violenze”. Francesco Agnoli © Copyright Il Foglio 2 aprile 2010

 
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