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La Ru 486 anche in Italia
Di Libertą e Persona - 31/07/2009 - Aborto - 1180 visite - 0 commenti

Riportiamo gli interventi sulla Ru 486 di due amici, Angela Cosentino e Cesare Cavoni.

1) Saranno devastanti le conseguenze sanitarie, educative, culturali ed etiche derivanti dall’introduzione della pillola abortiva del mese dopo RU 486, la kill pill, dal 30 luglio anche in Italia, nonostante la morte di 29 donne in seguito alla sua assunzione, la documentata maggior pericolosità rispetto all’aborto chirurgico e i pesanti effetti psicofisici riscontrati.

Di fronte all’emergenza educativa, la diffusione della RU 486 vanifica ulteriormente il tentativo di trasmettere, soprattutto ad adolescenti e giovani, il significato della sessualità, dell’amore e della vita, così, sempre più banalizzati. La vita è un bene sempre e comunque, nonostante la cultura dominante sostenga il contrario per la pressione di notevoli interessi economici e ideologici: interessi economici delle aziende farmaceutiche (del mifepristone, l’antiprogestinico che provoca la morte dell’embrione in utero e del misoprostol, la prostaglandina che lo espelle), delle aziende ospedaliere che, con l’aborto chimico, riducono le spese relative all’aborto chirurgico ma, tra l’iniziale ricovero ospedaliero per l’assunzione della prima pillola, il follow up successivo per verificare l’insorgere di eventuali infezioni o emorragie, probabilmente, i costi sanitari dovrebbero essere riverificati (le regioni nella quali la pillola abortiva era già usata in alcuni ospedali con importazione diretta dalla Francia hanno verificato la necessità frequente di un intervento chirurgico di svuotamento uterino), interessi ideologici di chi veicola l’aborto come segno di progresso, di civiltà e di autodeterminazione della donna, non un dramma ma un “diritto da pretendere” anche se uccide, e non è disposto a riverificare tale dolente posizione (il male fa male).

La procedura della RU 486 non solo elude la legge 194 sull’aborto, perché evita il periodo di riflessione previsto, ma la scardina come un grimaldello, allargandone le maglie, privatizzando e banalizzando sempre più l’aborto, promosso a mezzo di controllo delle nascite: risultato ottenuto scavalcando anche un eventuale confronto parlamentare. Urge, quindi, una mobilitazione, una molteplice strategia di interventi e il coraggio di sostenere servizi educativi e sanitari come quello che promuove l’educazione alla procreazione responsabile con i metodi diagnostici di fertilità, diffuso in tutto il territorio nazionale (www.confederazionemetodinaurali.it). Il servizio non offre solo una tecnica per evitare o per ricercare la gravidanza, ma uno stile di vita per l’accoglienza del sé, dell’altro e del figlio, orientato alla formazione delle coscienze, una proposta che accompagna adolescenti, giovani e coppie a cogliere la giusta gerarchia dei valori in gioco, e a ricucire quei legami tra sessualità, amore, famiglia, maternità e vita, che l’onda lunga del ’68 ha contribuito, drammaticamente, a separare. Né un giudizio sulle persone né una contrapposizione, ma una testimonianza che la strada intrapresa con l’aborto chimico non è quella per il bene dell’uomo e del suo sviluppo futuro, soprattutto in un periodo di bassa natalità, di sfiducia e di un elevato numero di aborti (121.406, dati preliminari relativi al 2008, secondo la relazione annuale sulla 194, presentata al Parlamento dal Ministero della Salute).

La delibera dell’AIFA (agenzia italiana del farmaco) per l’introduzione della RU486 in Italia, per uccidere l’embrione entro le prime sette settimane di vita, è incoerente con la mozione recentemente approvata a maggioranza dalla Camera, che impegna “il governo a promuovere una risoluzione delle Nazioni Unite che condanni l’uso dell’aborto come strumento di controllo demografico ed affermi il diritto di ogni donna a non essere costretta ad abortire, favorendo politiche che aiutino a rimuovere le cause economiche e sociali dell’aborto”.

È una decisione incoerente anche in riferimento alla promozione di adeguate politiche familiari. Rimane l’auspicio che venga preso in considerazione il ritiro del prodotto “in via cautelativa”, come proposto dal Movimento per la Vita, e come è già accaduto “a seguito di riscontrate complicazioni, talvolta modeste, rare, o addirittura soltanto temute” come nel caso di un vaccino per il morbillo e di un sedativo per la tosse. Le conseguenze negative sperimentate nei Paesi nei quali la RU 486 è stata introdotta (in America con una banda nera sulla confezione) al punto che in alcuni Paesi è stata ritirata, non sono state sufficienti a frenare i pesanti interessi economici e ideologici in gioco. Forse, un’educazione responsabile urge anche per i politici, i legislatori, i sanitari e gli uomini di scienza che hanno contribuito ad introdurla. Humanae vitae aveva indicato, esistono forti legami tra etica della vita ed etica sociale (Caritas in Veritate, 15). Angela Maria Cosentino, Zenit 31 luglio.

2 ) La vera storia della pillola abortiva ru 486

E' disponibile nelle librerie un libro che rivela molte delle realtà nascoste in merito alla pillola abortiva da molti chiamata "la pillola di Erode". Il libro in questione ha per titolo "La storia vera della pillola abortiva RU 486" (Edizioni Cantagalli) ed è stato scritto da Cesare Cavoni e Dario Sacchini. Dario Sacchini è ricercatore in Bioetica presso l’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Coautore di diversi volumi tra cui "Etica e giustizia in sanità. Questioni generali, aspetti metodologici e organizzativi" (2004) e "La vecchiaia e i suoi volti. Una lettura etico-antropologica" (2008). Cesare Davide Cavoni, è invece giornalista professionista presso l’emittente SAT 2000; è laureato in Lettere ed ha conseguito il Master in Bioetica presso la Pontificia Università Lateranense di Roma. È docente di Bioetica e Mass media per i corsi di perfezionamento in Bioetica presso l’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e presso l’Istituto "Giovanni Paolo II" della Pontificia Università Lateranense di Roma. I due autori, con una documentazione precisa e dettagliata, rivelano i tantissimi rischi per la salute e per la società di un farmaco il cui obiettivo non è di "curare una malattia bensì di porre fine alla vita umana". Cavoni e Sacchini non solo respingono l’idea che la gravidanza sia una malattia da curare con pillole tossiche per i concepiti e per le madri, ma denunciano quello che sarebbe l’obiettivo dei sostenitori dell’Ru486 e cioè "quello di demedicalizzare, togliere il più possibile dalla competenza e dall’influenza del medico l’aborto, per trasformarlo in un fatto del tutto privato e personale". Per spiegare i contenuti e le finalità di un volume così attuale e scottante, ZENIT ha intervistato Cesare Cavoni.

Che cos’è la pillola Ru486? E’ un farmaco? E quale malattia cura?

Cavoni: Il mifepristone, chiamato Ru486 dall’industria farmaceutica Roussel-Uclaf che per prima ne sponsorizzò la ricerca, compare in letteratura nel 1982 ed è un ormone steroideo sintetico che provoca l’aborto. Esso agisce su una tipologia di molecole denominate recettori, specifiche per il progesterone che è un ormone i cui organi bersaglio sono quelli coinvolti nella dinamica riproduttiva con lo scopo di favorire l’annidamento dell’embrione nell’utero e la prosecuzione della gravidanza. L’alterazione indotta dall’Ru486 consiste nello sfaldamento delle cellule endometriali, nel sanguinamento e nel conseguente distacco dell’embrione. Ma per poter portare a compimento l’aborto, oltre alla Ru486 viene somministrata anche un’altra pillola: si tratta di una prostaglandina che serve a stimolare le contrazioni e a espellere l’embrione. Questa combinazione di farmaci poi deve essere utilizzata entro il 49° giorno, in un periodo cioè in cui i levelli di progesterone sono ancora bassi perché poi in una fase successiva tale ormone non potrà essere ‘intercettato’ dal mifepristone. L’Ru486 è quindi un farmaco. Uno strano tipo di farmaco visto che per farmaco noi intendiamo qualcosa che curi, che lenisca un dolore o rallenti o guarisca da una malattia non certo una sostanza che possa causare la morte di qualcuno. Credo sia la prima volta che venga utilizzato un farmaco per uccidere deliberatamente un essere umano. Perché l’embrione è un essere umano. Ogni donna quando è incinta, fin da subito parla di colui che porta in grembo come del proprio figlio; non dice alle amiche: "quando il feto nascerà lo chiamerò Marco", oppure "sto preparando la stanza per l’embrione". Di conseguenza è facile capire come l’Ru486 non curi alcuna malattia poiché non c'è alcuna malattia da curare, a meno che non si voglia considerare la gravidanza come una malattia.

La gravidanza è una malattia?

Cavoni: Questo farmaco è davvero terrificante: per la prima volta constatiamo la messa a punto di un farmaco il cui obiettivo non è di curare una malattia bensì di porre fine ad una vita umana. O, meglio, sembrerebbe che la gravidanza venga annoverata, più o meno esplicitamente nel sentire comune, come una patologia, nella misura in cui una donna, non scegliendola, è costretta a subirla. L’aborto, allora, potrebbe configurarsi, secondo questa visione, come la liberazione da una malattia o, più propriamente, da un male di vivere. È questa una visione perversamente drammatica della vita umana. Così come è perverso il fatto che si decida di somministrare alle donne un farmaco, che porta con sé pesanti effetti collaterali, come se le donne fossero cavie su cui sperimentare indisturbati e, anzi, cercando di far passare una sperimentazione selvaggia come un diritto delle donne. Da decenni si sperimentano sulle donne farmaci tossici di cui non si conosono o non si percepiscono fino in fondo i rischi a breve, medio e lungo termine. Di norma, si può agire così quando non vi siano ragionevoli alternative, quando cioè non usare una terapia sperimentale avrebbe come unica alternativa la morte della persona. Ma in questo caso – non trattandosi di malattia – il termine "sperimentale" cade per definizione. Con l’utilizzo della pillola Ru486 l’aborto viene di fatto tolto dalla sfera della medicalizzazione, ricondotto totalmente nella sfera privata dell’individuo e, quindi, anche svincolato da ogni responsabilità sociale (oltre che morale) in nome di un nuovo concetto di "privacy", il quale è applicato a qualsiasi decisione riguardo al proprio corpo. Così si spalancano le porte ad un’assolutizzazione del principio di autonomia (il rispetto dell’autodeterminazione del soggetto), togliendo ogni diritto al nascituro e investendo anche la relazione con l’altro (l’embrione, il feto, il figlio) in base a tale principio. L’aborto può essere compiuto nel chiuso della propria casa. E compare fin da subito l’opzione contraccettiva dell’Ru486, vista come il migliore anticoncezionale, sul quale si scatenano (e si scateneranno) interessi commerciali e guerre aziendali.

I sostenitori della Ru486 affermano che questa pillola eliminerebbe l’aborto chirurgico così da diventare una pratica che si può gestire individualmente. Qual è il suo pensiero in merito?

Cavoni: L’esperienza francese e quella americana ci mostrano che questo non è vero; vale a dire che proprio laddove si pensava che la Ru486 potesse sostituire l’aborto si è visto l’esatto contrario. Chi abortisce in genere sceglie l’aborto chirurgico e questo per due motivi; uno perché dura poco, viene effettuato sotto anestesia e la percezione del dolore, fisico e psichico, è inferiore e poi perché psicologicamente l’iter della Ru486 diventa un vero calvario, estenuante; ci vogliono giorni prima di poter completare l’aborto e c’è il rischio, alto, di dover comunque ricorrere all’aborto chirurgico poiché in molti casi il cocktail Ru486 e prostalgandina non funziona e allora bisogna intervenire d’urgenza con l’aborto chirurgico. Il peso psicologico di due, tre giorni o addirittura di una settimana in attesa dell’aborto dopo aver assunto la pillola, rende questa modalità snervante per la donna e le ripropone ad ogni istante esattamente l’atto che sta portando avanti, che lei lo voglia o no; cioè quello di stare per sopprimere una vita umana. Si può giustificarlo come si vuole, si può far finta di non vederlo, ma è così. E in ogni caso sarà comunque un trauma che prima o poi riaffiorerà nella vita di quella donna. E poi il dolore fisico che accompagna questa attesa è micidiale; sanguinamenti molto più abbondanti di una normale mestruazione, dolori lancinanti. La letteratura scientifica registra numerosi casi di emorragie fortissime. Tutto questo è ben chiaro, per esempio, dalla testimonianza della prima paziente che negli Stati Uniti decise di abortire con la Ru486. Il suo racconto è lucido e privo di qualsiasi aspetto moraleggiante: La giovane donna in questione fu la prima paziente che si sottopose alla sperimentazione dell’aborto tramite Ru486 negli Stati Uniti, presso l’ospedale di Des Moines in Iowa; ella non se ne dichiarò pentita. La donna, 30 anni, con un marito e due figli, era terrorizzata dall’aborto chirurgico a causa di una brutta esperienza vissuta da una sua amica: «Sono stata per la prima volta a Des Moins. Tutti erano molto eccitati mercoledì quando mi è stata somministrata la prima dose di farmaci. Scherzando dicevo che ci sarebbe dovuta essere una cerimonia col taglio del nastro. Loro continuavano a dirmi che stavo facendo la storia. In un paio d’ore ho cominciato a provare nausea, ho tirato avanti per tre giorni e sono andata a lavorare. Per fortuna c’è una saletta per riposarsi nel mio ufficio; mi muovevo un po’ più piano. Di norma sono sempre molto su di giri ma per quei tre giorni non lo sono stata. Mi sembrava come se avessi mangiato del cibo avvelenato. Sono tornata di venerdì e ho preso la seconda dose di farmaci; dopo cinque minuti ho cominciato a sentire dei crampi un po’ meno forti di quelli delle mestruazioni. Dopo due ore i crampi sono diventati più forti e ho cominciato ad usare un cuscinetto riscaldante sulla pancia. Sono andata nella stanza di riposo; quando però ho provato ad alzarmi mi sentivo come se mi avessero aperto un rubinetto. C’era un continuo flusso di sangue e poi mi è passato un grumo di sangue della grandezza di una pallina da golf, che mi ha terrorizzata. Pensavo che fosse il feto. I crampi sono rimasti stabili. Negli ultimi quindici minuti della mia visita mi sentivo sdoppiata e l’emorragia era molto pesante, più di quella mestruale. Mia madre mi ha portato a casa; in quel momento sanguinavo molto e ho avuto la diarrea. Mi ha fatto tornare in mente il modo in cui sanguini dopo il parto. Forse una donna che non ha partorito potrebbe essere un po’ più rilassata. Ho abortito alle 6.30 di venerdì notte. L’ho sentito cadere nella tazza. Sembrava come un grumo di sangue. Ho gridato quando mi sono resa conto che era uscito, in parte perché mi sentivo sollevata, in parte perché mi sentivo triste. Capii che era finita».

Quando poi si sostiene che l’aborto tramite Ru486 sia meno costoso e più veloce mi sembra proprio che le evidenze affermino proprio il contrario. Anche su questi punti parlano le donne e non i bioeticisti, i medici. La situazione è stata anche in questo caso ben fotografata da una inchiesta realizzata dalla più nota giornalista scientifica statunitense, Gina Kolata, che di certo non passa per una fondamentalista cattolica. Ebbene la Kolata, nel 2002 ha scritto sul New York Times, riportando il parere di molti specialisti, che l’aborto con la Ru486 richiede un tempo maggiore ed è più costoso dell’aborto chirurgico. Le donne poi non sembrano essere interessate dal momento che vengono richieste tre visite in ambulatorio per due settimane, due diversi farmaci, qualche emorragia e crampi. Qualche fornitore fa pagare oltre 100 dollari in più per un aborto medico rispetto a quello chirurgico, spiegando che ogni pillola di Mifepristone costa 100 dollari. Molti usano un dosaggio più basso, somministrando una pillola invece delle tre che l’azienda produttrice raccomanda, ma aggiunge che il costo extra dell’aborto indotto tramite pillola, è ancora un peso gravoso per molti pazienti. Ma ciò sui cui inciderà di più l’uso dell’Ru486 è la sanità pubblica: un risparmio di medici dedicati solo a quel servizio, così poco ambìto e che non consente di fare certo brillanti carriere. Dunque per la sanità pubblica ci sarebbe un risparmio di medici dedicati solo a quel servizio, più letti a disposizione ma, a questo punto, un costo non proprio lieve se si chiede allo Stato di passare gratuitamente il farmaco. Pensate che la vecchia azienda produttrice voleva piazzarla, all’epoca, siamo negli anni ’80, a non meno di 500 franchi francesi. Per quanto si possa scendere di prezzo, il costo per la sanità pubblica resterebbe comunque altissimo, a fronte di risultati non proprio incoraggianti e, anzi, a fronte di ulteriori spese per tutti quegli aborti non riusciti tramite Ru486 e che quindi devono rientrare per la ‘consueta’ prassi chirurgica. Anche per questo si è cercato di spingere molto perché si approfondissero ulteriori studi sulle proprietà del farmaco per curare malattie di tipo neurologico ad esempio, facendolo diventare un farmaco compassionevole per malati senza alternativa oltre la morte. Riuscire a far approvare l’Ru486 per altri usi rispetto all’aborto, significa rendere legale il farmaco che, in un secondo momento, potrebbe essere utilizzato, fuori prescrizione, anche per l’aborto. Credo sia questo l’obiettivo dei sostenitori di questa pillola mortifera. D’altronde avviene già lo stesso procedimento con l’altro farmaco che serve per completare l’aborto: esso è, infatti, registrato ufficialmente come antiulcera ma poi, siccome favorisce l’espulsione del feto-figlio, viene utilizzato all’occorrenza.

Secondo lei esiste una congiura del silenzio sugli effetti della Ru486 sulla salute delle donne? Quali sono i fatti e le storie che non si vogliono rendere pubbliche?

Cavoni: Più che di congiura del silenzio si tratta di una vera e propria strategia che da decenni cerca di far apparire tramite i mezzi di comunicazione mondiali la bontà della pianificazione familiare, dell’aborto, dei metodi contraccettivi per l’economia mondiale, per le risorse del pianeta e così via. La pillola abortiva è nata col desiderio non di essere abortiva ma, ancor peggio, di cercare di inibire sul nascere la gravidanza: i ricercatori hanno iniziato la ricerca su di essa con la speranza di trovare un contraccettivo talmente efficace da inibire il ciclo mestruale a comando ed eventualmente riprenderlo quando la donna si sentisse pronta per una gravidanza. Nello stesso tempo, si cercava di incidere sul linguaggio, evitando di presentare la pillola come lo strumento per un atto cruento e magari difficile da digerire da tutte le coscienze nella società; si preparava insomma a perorare la causa di un "aborto non aborto", non ritenendo giusto definire come abortiva un’early option pill, una pillola che contrasta all’inizio, anzi anticipa, una gravidanza. Ecco allora che Baulieu, l’endocrinologo che si dedicò anima e corpo alla pillola abortiva, inventò un nuovo termine; la pillola non sarebbe stata abortiva ma "contragestativa": mezza contraccettiva e mezza abortiva, fino a farla diventare quasi esclusivamente "preventiva": se presa ogni mese, per inibire eventualmente le mestruazioni. Non a caso subito dopo la pubblicazione del primo studio sull’Ru486 all’accademia delle scienze francese nel 1982, i giornali francesi titolarono che l’Ru486 significava la fine della pillola quotidiana e si auguravano che a breve la contraccezione sarebbe divenuta mensile: basterà prendere la pillola alla fine del ciclo scrivevano. E, fin da subito, puntualizzavano che per gravidanze di sei o otto settimane, l’Ru486 non è un abortivo miracoloso e l’interruzione di gravidanza resta un aborto con i rischi che vi sono associati, quale che sia il metodo utilizzato. Insomma a mettere in evidenze i rischi, i limiti e gli obiettivi dell’Ru486 sono sempre stati in primis proprio coloro che agognavano da decenni un nuovo metodo di pianificazione familiare. Di tutti questi problemi si è sempre discusso dall’82 a oggi in Europa, quando partì la sperimentazione in Francia, e nel ’94 negli Stati Uniti quando si decise di avviare la prima sperimentazione dell’Ru486. Anche se negli anni precedenti negli Usa si era provato un po’ di tutto: anche l’aborto con un antitumorale, il Methotrexate, disponible per uso ospedaliero e dunque più facile da reperire. L’ipotesi fu scartata per la bassa percentuale di successo negli aborti e per le pesanti controindicazioni. Fa sorridere che in Italia in questi anni di dibattito si sia ritirato fuori, come opzione, anche questa dell’uso del Methotrexate. - Antonio Gaspari - ZENIT

 

 
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